Debutta Obama, il “presidente YouTube”

Primo video sul web dopo l’ elezione. Reti sociali e 30enni: ecco il piano per una democrazia digitale. Dai discorsi del caminetto alla webcam: oltre ai messaggi radiofonici il neopresidente prevede un appuntamento settimanale online con i cittadini

WASHINGTON – Negli anni ‘ 30 Franklin Delano Roosevelt fu il primo presidente a stabilire una comunicazione via etere coi cittadini con i suoi messaggi radiofonici settimanali. Negli anni ‘ 60 la rivoluzione della tv fu interpretata abilmente da John Kennedy. Ora tocca a Barack Obama, che non solo trasferisce su YouTube – e quindi sul computer – la formula delle conversazioni radiofoniche dei presidenti, ma è ben deciso a portare alla Casa Bianca i nuovi paradigmi comunicativi sperimentati nella campagna elettorale.

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La generazione X al potere

Con Obama la torcia passa ad una nuova generazione: dai baby boomers alla generazione X. E da noi quando potrà accadere un 40enne al potere?

Da Repubblica di sabato 8 novembre p.12:
C’è un video che circola ancora su YouTube. E’ la notte del 4 novembre, davanti alla Casa Bianca, la notte di Obama. Un gruppo di giovani, molti con il cappuccio della felpa sulla testa, scandisce la musica che stanno cantando, con il pugno mezzo levato, nel segno che fu delle «Pantere nere». Alzate l’ audio e cosa cantano? «Stars and Stripes», l’ inno nazionale americano. Lo cantano, comunicando un senso di gioia e di appartenenza (…) La vittoria di Obama, fra le tante altre cose, è anche un passaggio di testimone fra generazioni. George W. Bush è del ’46, come Bill Clinton. Al Gore è del ’48. Le figure che hanno dominato l’ ultimo quindicennio sono nate nel pieno del baby boom postbellico. Obama è del 1961, fin troppo lontano per essere un fratello minore.
Chi ascolta i suoi discorsi non può non sentirci la musica del rap. Senza rotture, però. A tendere l’orecchio, infatti, quello che si sente è puro jazz. Gli ultimi quattro minuti del discorso della vittoria, nella notte di Chicago, sono una delle migliori e più semplici definizioni, con i tempi accentati dallo «yes, we can», dello swing. Del resto, con Obama, arriva al potere una generazione, assicurano i sociologi d’ occasione, di riconciliatori. La «Generazione X» – o forse da oggi è il caso di chiamarla Generazione O-, dal fortunato titolo del romanzo di un coetaneo di Obama, Douglas Coupland, dedicato ai nati fra il 1960 e il 1980, i giovani che sono entrati all’università con il «Mattino in America» di Reagan, hanno vissuto la fine della guerra fredda, l’ idealismo pragmatico di Clinton e si sono scontrati con le guerre ideologiche di Bush. I protagonisti di Coupland si fanno strada fra le convulsioni dei loro predecessori, il rovesciamento dei valori familiari, le esperienze di sesso e droga. Spesso frastornati, quasi sempre estranei. Ne è uscita una generazione, il cui principale obiettivo, dice Jeff Gordinier, autore di «Come gli X salveranno il mondo», è «gettare ponti fra persone che, normalmente, non sono d’ accordo». Una generazione stanca delle ideologie: anche se ne condivide gli ideali, difficilmente sentiremo Obama parlare di «terza via», come Clinton. Stanca anche della ragione ideologica, per cui esistono le soluzioni, prima dei problemi. «Il metodo X – sostiene l’ economista e demografo Neil Howe – è mettere tutto sul tavolo, esigere trasparenza, analizzare i dati e prendere decisioni in funzione di queste analisi». Ma anche gli strumenti dell’ analisi, del rapporto con il mondo, sono diversi. Il grande spartiacque fra le due generazioni, l’ imbuto in cui si è arenata la spinta propulsiva dei baby boomers è largamente antecedente all’ apparizione di Obama. E’ l’ esplosione di Internet. La Rete, i Blackberry, il tessuto delle e-mail è qualcosa a cui i ragazzi del dopoguerra si sono adattati, spesso con successo, in tutto il mondo. Ma non ci sono nati dentro, non sono abituati a pensare attraverso la Rete. Basta confrontare la campagna Internet di Obama con i goffi tentativi di imitazione di Hillary, un’ altra baby boomer. Obama, nel mondo, è il primo di una fila inevitabilmente destinata ad allungarsi. Ma, qui ed ora, questo conciliatore, più realista che idealista, per cui telefonino e pc sono protesi naturali, prima che strumenti, con chi troverà quella solidarietà e complicità generazionale, che esisteva, ad esempio, fra un sassofonista mancato e un chitarrista deluso, come Clinton e Blair? L’ unico altro componente della Generazione X al potere è Zapatero. Sarkozy è del 1955, Gordon Brown del ’51, la Merkel del 1954, Putin del 1952: baby boomers fino in fondo. Anche se è facile vedere che qualcosa si sta già muovendo. Dimitri Medvedev, l’ erede di Putin è del ’65, David Miliband, il rivale di Brown dentro il Labour è dello stesso anno. Il rivale ufficiale, alla testa dei conservatori, David Cameron, è del 1966. La Generazione X sta arrivando. Visto dall’ Italia, è uno spettacolo da far girare la testa. Il normale battito delle generazioni (Carter, Reagan e Bush primo, gli uomini della guerra, per 15 anni, poi Clinton e Bush secondo, i baby boomers, per altri 15, ora Obama) qui è fermo da tempo. Berlusconi, con i suoi 72 anni, e Bossi (68) sono solo il caso più vistoso della gerontocrazia nazionale: l’ Italia è il paese con la quota più alta di capi d’ azienda oltre i 65 anni. Siamo indietro esattamente di un ciclo: i baby boomers stanno ancora aspettando il loro turno. Veltroni e Casini (classe 1955), Fini (1952), Tremonti (1947). Ma il mancato ricambio politico è l’ effetto di un mancato ricambio sociale. Obama è il leader di un paese giovane, Berlusconi di un paese vecchio e invecchiato. Nel 2008, in Italia, solo il 22 per cento dei votanti aveva meno di 30 anni. Il 26 per cento più di 65. Negli Usa, gli under 30, martedì scorso, sono stati il 18 per cento. Gli over 65, il 16 per cento. I dati elettorali, però, non dicono tutto di un paese in cui i giovani spingono per farsi largo nella società e di un paese in cui rischiano di non avere neanche la massa critica. In America, il 27 per cento degli adulti ha meno di 34 anni, in Italia solo il 18 per cento ne ha meno di 30. Gli over 65 in Italia sono il 24 per cento. Negli Usa superano appena il 16 per cento della popolazione adulta.

La previsione di Larry Sabato

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If Barack Obama wins the popular vote by 7 or 8 percentage points, then he will also carry at least a couple of the following states: Arizona, Georgia, Indiana, Montana, North Dakota.

If Barack Obama should end up by 3 or 4 percent of the popular vote, then it is possible that John McCain will carry a couple of the following states: Florida, Missouri, North Carolina, Ohio.

The Crystal Ball expects Barack Obama to run closer to the maximum than to the minimum in the popular vote tally.

L’ industria dei sondaggi à la carte

Su Repubblica Vittorio Zucconi pone l’attenzione sulla degenerazione dell’industria dei sondaggi. Anche nel nostro Paese bisognerebbe incominciare ad interrogarci sui tanti sondaggi farlocchi e sull’uso inutile di “osservatori e barometri” dove la chiave è sulle previsioni di voto invece che sulla comprensione dei bisogni e delle aspettative dei cittadini per arrivare ad una seria e approfondita conoscenza e segmentazione.

L’ industria dei sondaggi à la carte ecco le illusioni dei maghi dei numeri
Repubblica — 01 novembre 2008 pagina 14 sezione: POLITICA ESTERA

WASHINGTON – Un vago senso di vertigine, e qualche conato di nausea, assale chi tenta di seguire minuto per minuto gli ondivaghi sondaggi elettorali americani a 72 ore dal voto. Anche escludendo i risultati più stravaganti, come quelli confezionati dal network più sfacciatamente pro McCain, la Fox, che ha ridotto improvvisamente da nove a tre punti il suo distacco ovviamente per incoraggiare le truppe del vecchio senatore e della sua baby sitter o i più generosi con Obama come la Pew che gli attribuiscono un vantaggio incredibile di 15 punti, le tavole degli istituti di opinione sembrano progettati da architetti di ottovolanti, piuttosto che da ingegneri ferroviari. L’ industria dei sondaggi elettorali, che oggi conta almeno 70 istituti diversi in competizione e in contraddizione fra di loro, da centro diagnostico sembra essere divenuta un supermercato dove i clienti scelgono la marca preferita di detersivo o, peggio, una sartoria dove il cliente può farsi confezionare l’ abito su misura. Se il risultato di Cbs/NyTimes non piace, ci si può rivolgere all’ Ibd/Tipp, che nel 2004 avvicinò di più l’ esito reale e che scopre, tra lo sbigottimento degli Obamistas, che il suo vantaggio si è ridotto a un insignificante punto. Salvo poi confessare, di fronte alla incredulità dei concorrenti, che la Ibd/Tipp si era sbagliata di campione demografico, sottostimando alcune categorie di persone a vantaggio di altre. Qualcuno, ovviamente, sta prendendo colossali cantonate, che poi giustificherà a posteriori, come gli economisti e gli analisti finanziari di fronte ai disastri che non avevano visto arrivare. Al contrario, secondo la legge dello scoiattolo cieco che ogni tanto trova una ghianda, qualcuno di questi sondaggi avrà centrato la previsione e per alcuni anni vivrà di rendita. Nel del 1987, un’ analista di Borsa, Elaine Garzarelli, fu la sola e prevedere il crack di Wall Street e per mesi fu venerata. Non ne azzeccò poi più una è scomparsa anche lei nel cimitero degli scoiattoli ciechi. La colpa, tuttavia, è nostra. Il culto del sondaggio è più una funzione di chi li guarda, che il risultato di errori di chi li conduce. Nella furia di «cicli di notizie» che, fra tv satellitari, internet, blog, consuma e sputa tutto più volte ogni ora, e nella solita illusione umana di poter vedere un futuro che non esiste ancora e dunque nessuno può conoscere, si confondono ipotesi con realtà, intenzioni con fatti. I sondaggisti fanno poco per spiegare ai cultisti quali siano le ragioni che producono esiti tanto diversi, ottenuti con tecniche di campionature diverse, se non – purtroppo avviene anche questo – massaggiati per fare uscire il risultato voluto dal cliente. C’ è chi fa chiamare da computer con domande registrate e chi sollecita risposte volontarie da un campione fisso, sempre tutti nascosti dietro la magia del “margine di errore” che inghiotte ogni sballo. L’ istituto che propone i risultati migliori per McCain chiama soltanto numeri telefonici fissi, escludendo i cellulari che i giovani usano di più. Quello che regala un vantaggio più forte a Obama, calibra i contatti secondo le iscrizioni alle liste elettorali che vedono i democratici in maggioranza. La Gallup usa tre modelli diversi, fra elettori registrati, elettori che intendono votare ed elettori che hanno votato in passato, sfornando risultati diversissimi, dunque proponendoci, pirandelliamente, il «così è se vi pare». Anche i “sondaggi dei sondaggi”, che tentano di comportarsi come i giudici olimpici del pattinaggio artistico ignorando le cifre più estreme, devono comunque dipendere dai numeri di altri per le loro media. E se la minestra è fatta con ingredienti cattivi, il mescolarli insieme nella pentola non renderà la minestra buona. Lasciando noi consumatori, vittime del nostro “culto del sondaggio” con la nausea. E poi la fame di altri sondaggi. – VITTORIO ZUCCON