La rivincita contro le elite

Con il voto di fiducia sta per nascere nel nostro Paese un Governo formato da una inedita alleanza tra due forze anti establishment, ma in apparenza molto diverse. E’ il risultato di una rivolta contro le elite che ha nella crisi economica della grande Recessione il suo carburante. Basta una tabella presa dal Global Trends 2017 di Ipsos per capire come mai in Italia si abbia avuto questo risultato: il 77% degli italiani risponde che il Governo non abbia come priorità le proprie esigenze (un risultato più alto solo nel Messico, in Sud Africa e in Spagna).

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Ritratto dei nuovi operai

I risultati di una ricerca SWG sugli operai mostrano sorprese e conferme:gli operai in carne ed ossa delineati da Weber nel suo rapporto di ricerca sono di un altro secolo: politicamente orfani, sindacalmente freddi, sempre più aziendalisti e in materia di rivendicazioni decisamente orientati a chiedere più salario.
Rapporto con la politica – Alla impegnativa domanda «da quale area politica si sente maggiormente tutelato come lavoratore» il 31% degli operai risponde «dalla sinistra e dal centro-sinistra», il 18% «dalla destra e dal centro-destra» e solo il 3% dal «centro». Resta fuori però la fetta più ampia: un 42% che non ha remore a rispondere: «da nessuno». I segnali di maggior spaesamento vengono dalle donne (quel 42% diventa 52%) e da quanti hanno un contratto a tempo determinato (57%).
Azienda vs. sindacati – Alla domanda come «la tua azienda ha saputo rispondere alla crisi» gli operai del campione Swg rispondono per il 72% «molto bene o abbastanza bene». Solo il 28% è critico nei confronti del proprio padrone per le scelte che ha fatto/non fatto per arginare il vento contrario. Se la stessa domanda («come ha saputo rispondere») ha come soggetto il sindacato, il giudizio degli operai cambia radicalmente e si fa severo. Solo il 33% pensa che i sindacati abbiano risposto «molto o abbastanza bene» alle sfide della crisi, mentre il 67% li boccia senza appello. Nei confronti del sindacalismo i lavoratori sono in generale molto critici. Solo il 31% valuta positivamente l’ azione dei propri delegati di fabbrica, la percentuale scende al 26 quando la domanda riguarda i funzionari sindacali esterni (di territorio) e precipita al 22% quando il giudizio è richiesto sui leader nazionali. (Weber, rapportando quest’ ultimo dato ai risultati di analoghe indagini svolte in passato, segnala un secco dimezzamento). Fanno eccezione al grande freddo gli iscritti alla Cgil compresi nel campione che dimostrano maggior patriottismo di organizzazione e danno un giudizio positivo al 56% per i propri delegati di fabbrica, al 44% per i funzionari esterni e al 35% per i leader romani. Dai sindacati in questo momento cosa vorreste? La risposta più gettonata è «più unità» (43%), seguita da «più azione contrattuale» (23%) e da «più ragionevolezza» (19%). Weber sottolinea come solo l’ 8% chieda «più conflittualità.
da http://www.corriere.it (Nasce il nuovo operaio aziendalista e apolitico, Dario Di Vico)
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L’under 30 si informa sul web

da http://www.repubblica.it

I titolisti, si sa, a volte esagerano: “Facebook” e “MySpace” decideranno i candidati
alla Casa Bianca!” strillano da tv e giornali gli analisti che stanno seguendo il circo mediatico delle presidenziali Usa, che da qui a novembre macinerà alcuni miliardi di dollari. Ma non si tratta solo di packaging giornalistico organizzato sapientemente
per attirare l’audience e far pendere la bilancia a favore dei new media.

Anche il serissimo Pew Research Center, afferma che un americano su quattro impara regolarmente dal web qualcosa di nuovo sulle elezioni Usa frugando tra i link della rete e -soprattutto tra i social network e i blog- che rispetto alle elezioni del 2004 hanno raddoppiato la loro influenza. Tanto che oggi nella fascia sotto i 30
Internet ha battuto clamorosamente la “prima serata” politica dei grandi network.

Il 42% dei giovani intervistati, di età compresa tra 18 e 29 anni, dice di informarsi regolarmente su internet. “La notizia clamorosa” spiegano nell’istituto Pew
“è che nel 2004 erano esattamente la metà, intorno al 20% del campione, coloro che dichiaravano di usare la rete per raccogliere informazioni sui candidati”.

Anche se la televisione, ad oggi ha trasmesso 160 mila spot incassando 141 milioni di dollari dai competitors, non è più il solo mezzo che deciderà la grande partita elettorale. “Tra l’altro” scherza Walter Hartsarich, ceo di Media Aegis Italia “Mitt Romney, il candidato che ha concentrato piu forze sui network, investendo 30 milioni di dollari, è stato costretto al ritiro. Barack Obama, che ne ha investiti appena 20 in spot tv, è ancora in corsa”.

Un freschissimo sondaggio condotto SS&K e Advertising Age su duemila votanti del New Hampshire mette in evidenza che il 40% degli adulti ha visitato il sito dei candidati alla presidenza per verificare di persona, in un rapporto quasi faccia a faccia, quali idee girano nella testa dei nuovi politici per tirar fuori l’America dal tunnel della crisi economica, risolvere i problemi dell’immigrazione, riorganizzare l’assistenza.

Un creativo milanese spezza una lancia a favore dell’effervescenza del web: “Su Internet circolano migliaia di nuove idee sulle elezioni americane, e soprattutto spopolano i siti interattivi dove il navigatore può dire la sua, mentre la televisione si limita ai dibattiti e agli spot. Ho trovato un sito dove si fa il gioco del candidato assimilando la politica ad un vero e proprio quiz show di prima serata, e un altro
dove ci sono divertentissime animazioni su Bill e Hillary in cui ricompare, galeotto, il famigerato sigaro Lewinsky”.

Imperdibile il sito in cui si va a fare i conti in tasca ai candidati dividendo stato per stato, nome per nome, la cifra di 146 milioni di dollari finora complessivamente raccolti per la campagna elettorale.

La linea di demarcazione è sempre l’età: il pubblico al di sopra del 30 anni, per il 60% dei casi, attinge ancora informazioni e sensazioni dai dibattiti tv dei candidati, invece sotto i 30 anni le percentuali si capovolgono, in un sondaggio di Ad Age
oltre il 52% degli intervistati afferma di frequentare social network e bloggers per informarsi sui programmi e sulle promesse dei politici.

Facebook sta provocando risultati impensabili, i 250 mila supporter di Barak Obama, che frequentano questo social network da 50 milioni di utenti, hanno inserito dei profili del candidato democratico che trasformano l’invenzione di Mark Zuckerberg in un enorme manifesto elettorale e per di più a prezzi irrisori rispetto ad uno spot televisivo, che nel corso di un big match di Super Bowl arriva a costare 250 mila dollari per una manciata di secondi.

Attivissimi e ispirati dalla figlia Chelsea sono i “friends” di Hillary Clinton su MySpace, che tra l’altro è di proprietà di un tycoon molto conservatore come Rupert Murdoch. Ma se è possibile influenzare il direttore di Tg, è impossibile pilotare i pensieri di community animate da decine di milioni di utenti.

(ha collaborato Nicoletta Cocchi)

Confcommercio, famiglie più povere nel 2008, mai così da 20 anni

Non passa giorno che non esca una nuova analisi/ricerca sulla crisi delle famiglie: di reddito, di fiducia, di speranza. Ci vorrebbe un governo forte e autorevole oltre a scelte coraggiose…

Da il Sole24ore.com

Le famiglie italiane nel 2008 spenderanno meno. Stringeranno la cinghia se si tratterà di mangiare fuori casa, per i viaggi o per il tempo libero. La sensazione di impoverimento è ai massimi da 20 anni, lo dice Confcommercio nel suo Rapporto sui Consumi in Italia. Consumi che sono al palo al momento e – cosa più grave – «non si ravvisano chiari segnali di un’inversione di tendenza nel prossimo futuro».
«Per rilanciare i consumi – dice il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli – non c’è altra strada se non quella di ridurre la spesa pubblica e abbassare le tasse». La situazione attuale «che stiamo vivendo ora rende difficile questa operazione, per questo chiediamo alla politica una risposta responsabile e tempestiva».
Le prospettive quindi non sono per niente rosee, sia per i commercianti che per le famiglie italiane. Infatti, dopo la crisi delle Borse, «peggiori risultano le previsioni per il 2008, periodo nel quale si faranno sentire pienamente gli effetti depressivi della riduzione del valore degli immobili» e lo sviluppo della spesa reale delle famiglie residenti dovrebbe rallentare attestandosi all’1,3% per poi risalire nell’anno successivo. A rendere più pesante la situazione, spiega Mariano Bella, direttore del Centro studi della Confcommercio, «le sensazione di impoverimento e difficoltà per le famiglie che ha ormai raggiunto i livelli massimi storici.Il reddito disponibile è stato stagnante o decrescente per 20 anni».
«Il riflesso per il commercio è immediato: non bastano poche variabili di classificazione per identificare il cliente prevalente per tipologia di negozio. Per l’industria – si legge nel Rapporto – è altrettanto vero che non si può pensare un prodotto per aggregati di consumatori. La personalizzazione dei prodotti e servizi appare sempre più necessaria per tutti gli operatori della filiera dei prodotti e dei servizi di consumo».

Dopo la frenata del 2008, Confcommercio prevede comunque una ripresa nel 2009, anno in cui i consumi dovrebbero risalire a +1,8% e la spesa delle famiglie residenti a +1,9%.
Finora, ha spiegato Mariano Bella, responsabile del Centro Studi di Confcommercio, i consumi sono stati tenuti a galla non tanto dal reddito quanto dalla ricchezza finanziaria e immobiliare. Anche questa però, potrebbe subire una contrazione. E «se gli immobili dovessero cominciare a scendere di prezzo, eventualità non esclusa nel generale clima di incertezza, le famiglie ne risentirebbero significativamente, soprattutto al Sud, dove è più alta la percentuale di ricchezza dipendente dagli immobili».

Guardando nel dettaglio ai consumi, a tenere saranno quest’anno soprattutto il settore comunicazione (sia per quanto riguarda i beni che i servizi) e i prodotti durevoli per la casa (come il computer o la tv). Ad aumentare saranno anche le spese per prodotti medicinali, articoli sanitari e servizi sociali, tutte voci legate all’invecchiamento della popolazione. Andranno invece peggio gli alimentari.

Italia: la vita non è così dolce…

Tra pochi minuti Prodi parlerà alla Camera e presto sapremo cosa sarà del suo Governo. Nel frattempo segnalo una ricerca del Pew Institute sul nostro Paese.

Chiunque si troverà a governare non potrà non tener conto della crisi vera di questo Paese…

Taken aback by critical depictions of their country’s “collective funk,” Italians are currently engaged in considerable hand-wringing over the condition of their national psyche. It started a few weeks ago with a broadside from across the Atlantic by Ian Fisher in the New York Times. “Italy,” Fisher wrote, “seems not to love itself.” Analyzing the country’s malaise, he detailed a litany of woes: an anemic economy, a low birth rate, corrupt politicians, mobsters. Only days later, the London Times piled on, lamenting Italy’s “national angst” as it “faces up to being old and poor.” Worse still, the country’s international image has suffered with press reports of Naples’ garbage crisis — with landfills overflowing in late December, collectors stopped picking up trash, which now piles up in unpleasant mounds across the city.

Certainly rotting trash is not the image most Americans associate with Italy, the land of dramatic history, great food, and expensive style (think Gucci, Armani, Ferrari). And many Americans return from Italy with a strong appreciation for the Italian approach to living — the slower pace, the long meals, the passeggiata, or “evening stroll.” But in truth, the malaise camp might be on to something. Italians are a bit glum, and it shows in public opinion polls. In spring 2007, the Pew Global Attitudes Project surveyed 47 countries, and on a variety of issues — life satisfaction, national conditions, immigration — Italians had a distinctively negative outlook…

Per leggere la ricerca: http://pewresearch.org/pubs/695/italys-malaise-la-vita-non-e-cosi-dolce