I problemi di comunicazione del PD

Assenza di una tematica caratterizzante, identità poco chiara, mancanza di un modello organizzativo. Sono solo alcuni dei problemi alla base della crisi del Partito Democratico.
Non basta pensare di cambiare nome, vanno fatte scelte chiare sulla proposte politiche e realizzata una comunicazione efficace e propositiva.
Ne parlo su Wired intervistato da Simone Fontana

Link articolo Wired

Wired-HiRes

La sfida per i partiti mainstream

La sfida per i partiti mainstream non è di dimostrare che i partiti populisti sono brutti, sporchi e cattivi e loro sono il meno peggio, ma di rinnovarsi profondamente.
Siamo in un’era nuova con problemi che non hanno precedenti e che richiedono soluzioni nuove e coraggiose.
In questo senso i commenti sul governo Macron del tipo “avete visto non è di sinistra ha nominato un capo di governo di destra” o la contabilità se ci siano più esponenti di destra o di sinistra non colgono il punto.
In questa fase i Paesi si governano dal centro, quello che Kennedy definiva il “Centro vitale”: guardate il curriculum delle persone scelte e le proposte che faranno. Non è più sufficiente la frattura destra/sinistra a descrivere le divisioni politiche: apertura/chiusura, globalizzazione vs sovranismo (nazionalismo), alzare muri o costruire muri per citarne alcune.
Ne ho parlato l’ultima volta in un convegno internazionale a Kiev e sì sostenevo che Macron poteva vincere, quando praticamente tutti sostenevano il contrario.

#tuttostanelcogliereilpunto

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Lezioni dal voto francese

Da noi si commenta sempre il risultato negli altri Paesi pensando all’Italia. Allora alcune considerazioni:
1) le regole contano: nel doppio turno si vota prima “a favore”, e poi nel ballottaggio “contro”
2) l’obiettivo della Le Pen sono le presidenziali e non solo è già la front runner, ma il suo partito è ancora in crescita
3) da noi il “terzo incomodo” è il M5S non la Lega Nord (qui inoltre farà parte e non sarà contrapposto al centro destra)
4) guardate con attenzione cosa accadrà in Spagna
5) i partiti socialisti sono in profonda crisi: terzo posto in Francia, terzo o quarto posto in Spagna
6) socialisti e popolari fanno fatica a rappresentare metà dell’elettorato.
libri-comunicazione-politica

In attesa del dibattito di stasera

Una mia intervista sulle primarie del centro sinistra dall’edizione online di Formiche

“Se non sei in tv, non esisti” era una vecchia regola della politica. Che vale ancora oggi. Ne è sicuro Marco Cacciotto, professore di Marketing politico e Public affairs all´Università degli Studi di Milano e presidente di Public. Per questo l´effetto mediatico che queste primarie hanno regalato al Partito Democratico è stato un boom: “Nonostante l´emergere dei nuovi media, la televisione continua a essere il mezzo principale – spiega a Formiche.net – e grazie al confronto tra i cinque candidati alla leadership del centro-sinistra, il Pd ha riconquistato una posizione centrale nella copertura informativa, guadagnandoci molto a livello di voto. Quanto sarebbe costata una tale presenza a pagamento?” (…)

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L’analisi di De Rita sul nuovo partito “confederale”

(…) Quando fra un anno le forze politiche cominceranno a pensare come presentarsi alle elezioni del 2013, si troveranno di fronte alla prospettiva di dover puntare più su una confederazione di leader locali che su una compatta immagine e macchina di partito nazionale. Dovranno cioè costruire la loro macchina da guerra mettendo insieme governatori regionali forti, sindaci forti, battitori liberi forti (se farà scuola il caso Bonino). Certo una figura di riferimento unitario dovranno garantirsela (a sinistra devono trovarla, e a destra forse pure) ma sarà solo una figura di marchio, brand, logo: non sarà un capo partito tradizionale; non potrà esercitare una leadership di vertice; avrà un potere più relazionale che gerarchico; gestirà un collettivo politico non un apparato organizzativo. Verosimilmente non potrà venire dall’ ormai usurato notabilato della politica e forse neppure un novello protagonista della fantomatica società civile potrebbe essere riconosciuto e legittimato da tutte le diverse periferie. Servirà solo uno che ci metta la faccia e che sconti la frustrazione di non poter essere un comandante. Sotto di lui una organizzazione più leggera che nel passato, che abbia un doppio ruolo: quello di sostenere la rete relazionale dei capi periferici, facendone il veicolo per le opportune convergenze programmatiche, nazionali e internazionali; e quello di elaborare linee di cultura collettiva (servono, anche nella generalizzata crisi delle ideologie) in cui le realtà locali possano riconoscersi. È infatti nell’ ordine delle cose che chi farà da riferimento unitario ai cacicchi locali (magari potrebbe essere addirittura uno di loro, come talvolta avviene negli Usa) abbia bisogno di non apparire troppo coinvolto dai radicamenti territoriali. Comunque è verosimile che non ci sia più spazio per la forma-partito come l’ abbiamo conosciuta in tutto il secondo dopoguerra. La sua crisi che nel 1992-93 era apparsa come una acuzie, picco di malattia da cui si poteva uscire con una conferma del modello (magari adeguatamente ridisegnato con primarie e predellini) si è rivelata il detonatore di un passaggio davvero radicale: da partito totalizzante a partito nei fatti federale. Per una delle sommerse ironie attraverso cui evolve spesso questo Paese, stiamo facendo maturare non uno Stato federale ma dei partiti confederali; e i secondi renderanno probabilmente superato il primo. Come sempre la realtà sopravanza la volontà, anche la più determinata.

Leggi l’analisi completa di Giuseppe De Rita (www.corriere.it)