Le metropoli alla sfida verde

Emarginazione dell’auto privata dalle strade, isole pedonali, taxi collettivi, piste ciclabili, tram e metropolitane, tassa anti-congestione… Chi avrà il coraggio nel nostro Paese di affrontare la questione seriamente?

NEW YORK – Londra ha aperto la strada con il pedaggio d’ingresso in città per tutte le auto. Parigi ha innovato con “Vélib”, il parco-biciclette da affittare, sistema copiato nel mondo intero. Pechino ha costruito sei linee di metrò nuove per le Olimpiadi. Ora New York è decisa a fare ancora meglio. Adottando progressivamente le soluzioni “verdi” delle sue rivali, la Grande Mela punta al primato in questa gara. La posta in gioco: diventare il modello della metropoli del terzo millennio, nell’èra post-automobile. È una competizione che può diventare un business, trasformerà i mega-agglomerati urbani nei laboratori della Green Economy. Per questo New York prepara una vera rivoluzione del traffico, che deve portare all’emarginazione dell’auto privata dalle sue strade.
da http://www.repubblica.it (di Federico Rampini)


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La campagna “Act Now: change the future”

I viaggiatori in arrivo all’aeroporto di Copenaghen verranno accolti da cartelloni pubblicitari con le facce invecchiate dei leader del mondo che chiedono scusa per non essere stati capaci di affrontare i cambiamenti climatici. I cartelloni pubblicitari piazzati nell’aeroporto mostrano i volti dei leader come potrebbero apparire nel 2020. Le immagini sono accompagnate dal titolo “Mi dispiace. Potevamo fermare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici…non l’abbiamo fatto”. Lo slogan della campagna è “Act now: change the future”. Le pubblicità sono state diffuse dalla coalizione mondiale tcktcktck.org e da Greenpeace come parte della campagna per ottenere un accordo equo, serio e vincolante al summit sul clima di Copenaghen.
Ritenete efficace la campagna? Centra il vero problema?

Germania: l’evoluzione centrista dei verdi

L’ evoluzione «centrista» dei Verdi Un partito che piace ai borghesi

– La strada di Joschka Fischer da tassista a ministro degli Esteri e ora a consulente della Bmw (l’ annuncio è di quattro giorni fa) è lunga ma non tortuosa come si potrebbe pensare. L’ esponente più conosciuto nella storia dei Verdi è semplicemente il testimonial dell’ evoluzione della Germania, sempre più attenta ai temi ambientali, e dell’ evoluzione del suo partito d’ origine, non più movimento di protesta e nemmeno troppo di sinistra. È che la società tedesca tende al verde, comprese le grandi case automobilistiche, e i Verdi alla normalizzazione (…) D’ altra parte, Cdu e Verdi sono già assieme al governo di città importanti come Amburgo e Francoforte e lo sono stati a Colonia. I Grünen partito di centro? Qualche volta è già così. In questi giorni, per esempio, in Germania si parla molto di Bad Homburg, non lontano da Francoforte, un tempo residenza estiva del Kaiser Guglielmo II, oggi stazione termale e casa della famiglia Quandt, proprietaria della Bmw. Cittadina ricca di tradizione conservatrice. Qui, è appena stato eletto un sindaco verde, Michael Korwisi: segno di come il partito non spaventi più gli elettori benestanti. Casi simili si sono verificati in altre città dell’ Assia ma anche in Baviera e Baden-Württemberg, zone forti dell’ economia e della finanza tedesche. C’ è un po’ di snobismo radical-chic, forse, in questo voto. Ma c’ è soprattutto il desiderio della borghesia tedesca di garantirsi un ambiente piacevole e dei Verdi di non fare più la faccia feroce e rivoluzionaria. La tendenza è per ora più evidente al livello locale, soprattutto perché le tasse rimangono un cuneo tra Grünen e ricchi. «Nella politica locale, che non ha un impatto sulle tasse – ha commentato un editoriale del settimanale Die Zeit – i ricchi votano i Grünen probabilmente per dimostrare a se stessi quanto sono aperti e tolleranti. Votare per un sindaco Verde è un po’ come avere una Toyota ibrida come terza auto». In realtà, il fenomeno non è solo locale: i poveri sono in generale restii a votare i Grünen, i quali, se non fosse per un elettorato senza problemi economici, raccoglierebbero meno consensi. Mentre, per dire, a livello nazionale i sondaggi li danno all’ 11%, nei Länder dell’ Est, decisamente meno ricchi, arrivano solo al sette per cento. I problemi politici e programmatici sarebbero molti, a cominciare dal nucleare, ma alla signora Merkel probabilmente non spiacerebbe portarsi i Verdi al governo. E inchiodarli al centro. Lontani dalla Spd. Un passo che nemmeno Joschka Fischer ha ancora fatto.
Tratto da http://www.corriere.it
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Un Green New Deal

Il manifesto del nuovo mondo
(Repubblica — 18 novembre 2008 pagina 40 sezione: POLITICA ESTERA)

Un nuovo New Deal. Un “Green New Deal”. Ovvero un grande piano di riforme, per salvare il pianeta dai disastri ambientali ed energetici che incombono sul suo futuro, in modo analogo a quanto fatto dal presidente Franklin Roosvelt per rimettere in piedi l’ America, e il mondo, dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Un piano da affidare simbolicamente a un nuovo presidente americano, Barack Obama, che per combinazione il settimanale Time ha appena messo in copertina in una posa roosveltiana e con un titolo dello stesso genere, “Il nuovo New Deal”. A proporre un progetto tanto ambizioso è stato un convegno svoltosi in Inghilterra presso lo Schumacher College, a cui hanno partecipato studiosi ed esperti di spicco dell’ economia mondiale, della finanza, del settore energetico e del movimento ecologista, trai quali Satish Kumar, direttore del Centro di Studi Internazionali sull’ Ecologia della università che ha ospitato il simposio, ex monaco e attivista contro la proliferazione nucleare, Wolfang Sachs, specialista tedesco del Wuppertal Institute per il clima, l’ ambiente e l’ energia, e Ann Pettifor, direttrice di Advocacy International, il cui ultimo libro, “The coming first world debt crisis”, ha previsto la stretta creditizia con due anni di anticipo. Il manifesto per un nuovo New Deal verde parte appunto dalla constatazione che l’ economia globale si trova di fronte a una «triplice stretta»: una combinazione di crisi finanziaria, accelerazione del cambiamento climatico e aumento dei prezzi energetici, aggravato dalla diminuzione delle riserve petrolifere. «È ormai chiaro che la coincidenza di questi tre eventi», afferma il manifesto, «minaccia di creare una tempesta perfetta, qualcosa che il mondo non ha visto dal tempo della Grande Depressione, con conseguenze devastanti». Ispirandosi appunto alla risposta data da Roosvelt alla Grande Depressione, il “Green New Deal” propone una rivoluzione dell’ energia rinnovabile, la creazione di posti di lavoro “verdi” e la regolamentazione del potere distorto del settore finanziario, rendendo disponibile del capitale a basso costo per le priorità più urgenti. Definendo la crisi attuale come la più grande dell’ ultimo secolo, il piano esorta i leader politici a compiere una serie di riforme radicali, trasformando i consumi, l’ energia, il lavoro e la finanza mondiale. La chiave è una “nuova alleanza” tra ambiente, industria, agricoltura e sindacati per mettere gli interessi dell’ economia reale al di sopra di quelli di una finanza “impazzita”. – ENRICO FRANCESCHINI

Il “partito di Rifkin”

Ecco il «partito» di Rifkin con Ibm e General Electric
L’ economista con 70 multinazionali per formare un gruppo di pressione «ecologico». Obiettivo: condizionare le scelte Ue

Oltre 70 manager, sia americani sia europei, si sono trovati a fine ottobre a Washington DC a parlare di «Terza rivoluzione industriale» e a vedere come sfruttare la lotta ai cambiamenti climatici come opportunità di sviluppo e profitti. La riunione, la prima del genere negli Stati Uniti, è stata organizzata dalla Foundation on economic trends (Foet) di Jeremy Rifkin, l’ economista americano finora impegnato soprattutto in Europa, come consulente del presidente dell’ Unione Europea Manuel Barroso e di alcuni capi di stato come la tedesca Angela Merkel e lo spagnolo José Zapatero.

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Solo il business verde ci può salvare?

Il nostro è un Paese vecchio che, oltre a non lasciare spazio ai giovani, si sta sempre più chiudendo. La battaglia del governo sulla direttiva 20-20-20 rischia di non farci cogliere i vantaggi della rivoluzione verde.

Ripropongo l’intervista a Rifkin pubblicata ieri su repubblica

“La posizione del governo italiano rischia di trascinare l’Europa verso l’abisso. Berlusconi ha lo sguardo volto al passato, vede e pensa alla vecchia economia: ma su quella strada non c’è scampo perché la crisi ha una dimensione non affrontabile con i parametri tradizionali. Per salvarsi bisogna innovare, rilanciare, scommettere sul futuro”. Jeremy Rifkin, il teorico americano della nuova Europa, guarda a Bruxelles come all’unico motore capace di trainare il mondo fuori dal pantano della grande crisi.

L’Italia sostiene che il costo della battaglia per la stabilizzazione del clima è troppo alto, che la difesa dell’ecologia affonda l’economia.
“E’ vero esattamente il contrario: solo il green business è in grado di far ripartire l’economia perché non siamo di fronte a una difficoltà congiunturale ma al passaggio tra due ere. Un momento molto simile al 1929, anche se stavolta è peggio: allora c’era una crisi economica, oggi si sommano tre diverse crisi. La crisi del sistema creditizio, la crisi energetica e la crisi provocata dal riscaldamento globale. Però un’analogia con il 1929 c’è ed è fondamentale perché dà il segno del tempo che viviamo. Il ’29 corrisponde al passaggio tra la prima e la seconda rivoluzione industriale, tra il vapore e l’elettricità. E’ stata una rivoluzione profonda che ha causato grandi sommovimenti sociali e la seconda guerra mondiale”.

Stavolta cosa sta cambiando?
“Stiamo passando dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Quello che si è appena aperto è il secolo di Internet e dell’energia dolce prodotta nei quartieri, nelle case. Passiamo da un modello centrato sulle autostrade a uno centrato sulle superstrade dei bit. Non comprendere il senso di questo cambiamento significa esserne tagliati fuori”.

Questa crisi mette paura, tende a rallentare lo slancio.
“Chi deve saltare e si ferma a metà del salto in genere fa una brutta fine. La seconda rivoluzione industriale è arrivata a fine corsa, al capolinea. Per ripartire ci vuole visione del futuro”.

Il governo italiano sottolinea la necessità di difendere i posti di lavoro, di non esporre i bilanci industriali a investimenti onerosi.
“Ma le conoscono le proiezioni? In Europa le fonti rinnovabili creeranno un milione di nuovi posti di lavoro. Senza calcolare la crescita negli altri pilastri della terza rivoluzione industriale: l’edilizia avanzata, l’idrogeno, le reti intelligenti”.

Quindi lei considera irrinunciabile l’obiettivo 20, 20, 20?
“Il più convinto sponsor di questa strategia è il commissario europeo all’industria, qualcosa vorrà dire… Questo obiettivo è la spinta che può far ripartire l’economia globale, rinunciare vuol dire condannare il mondo a una recessione violenta. E in questa partita l’Europa ha già una posizione di leadership. Non sono stati gli Usa, non è stata la Cina, non è stata l’India, non è stato il Giappone a imporre sullo scenario mondiale il legame tra la battaglia per la difesa del clima e l’innovazione tecnologica”.

Investire tanto sul futuro non significa trascurare il presente?
“Bisogna adottare la strategia del doppio binario perché una transizione energetica come quella che stiamo vivendo richiede decenni. Da una parte si fa i conti con quel che c’è: bisogna minimizzare i danni degli impianti a combustibile fossile e delle centrali nucleari. Dall’altra servono massicci investimenti pubblici e privati per spingere verso le rinnovabili, l’idrogeno, le costruzioni avanzate, le reti intelligenti”.

Berlusconi si è fatto interprete di umori largamente diffusi nel mondo industriale.
“Quale mondo industriale? Durante le stagioni del cambiamento ci sono sempre i nostalgici, quelli che rimpiangono il vecchio. Difficilmente sono loro a guidare il nuovo. Il 24 ottobre a Washington abbiamo organizzato una riunione a cui parteciperanno 60 presidenti, amministratori delegati e leader delle più importanti industrie a livello globale nei settori strategici: le fonti rinnovabili, l’edilizia avanzata, i trasporti a basso impatto ambientale, le reti intelligenti”.

Qual è l’obiettivo?
“Si creerà un think tank per mettere a fuoco la strategia necessaria a dare respiro alle politiche ambientali legando la difesa degli ecosistemi alla crescita economica. Dobbiamo misurarci con i prossimi appuntamenti internazionali sul clima: l’imminente conferenza di Poznan, in Polonia, e quella del 2009 a Copenaghen. Serve un nuovo approccio: non più solo target in negativo ma obiettivi in positivo. Non solo dire a ogni paese quanto deve tagliare le emissioni, ma chiedere a ognuno di realizzare una certa quantità di case super efficienti, di centrali rinnovabili, di celle a combustibile, di trasporti avanzati. In questa prospettiva stare fuori dalla scommessa sul clima significa stare fuori dall’economia vincente”.

Can green jobs save us 3/3

McCain’s jobs program comes mostly in the form of nuclear plant construction. He wants to see 45 new plants built by 2030 and, ultimately, 55 more nationwide.

“We can work on nuclear power plants. Build a whole bunch of them, create millions of new jobs,” he said during the Nashville debate.

It’s a plan that experts say would surely reduce carbon emissions nationally and help combat global warming.

Its practicality is another matter.

The nuclear industry is heavily regulated, and it can take nearly a decade to simply get all the permits and paperwork done to break ground on a new plant.

And McCain skips over the prickly problem of where to put the plants’ radioactive waste or how it would be reprocessed. He also dismisses safety concerns, noting that the Navy has been safely operating nuclear-powered ships for decades.

Light says McCain’s campaign rhetoric glosses over troubling realities. “There have been accidents on U.S. ships,” Light said. “There has been environmental damage. And there are ample examples from other countries that show loss of life.”

Michael Lubell, professor of physics at the City College of New York, says the best and fastest way to improve our financial and environmental situations may be to do something that doesn’t cost a penny: use less energy.

The American Physical Society, an organization of physicists, issued a report last month concluding that energy efficiency “offers the cheapest, fastest way to wean ourselves off foreign oil and reduce global warming.”

And Lubell notes the other benefit is that “you are not putting money into technologies in which we are simply generating more energy. You are saving the supply you have.”

The downside to that, of course, is that a candidate can’t boast about jobs and, worse, could face real risks of ridicule.

That’s what happened to Obama when he urged town hall attendees to save gas and money by keeping their tires properly inflated. (The Bush administration urges the same thing.)

McCain supporters began handing out tire pressure gauges labeled “Obama’s Energy Plan.” For a time, the campaign was even using them to raise money: an Obama tire gauge for every $25 contribution.