Mitterand, trent’anni dopo

Trent’anni fa con la vittoria nelle elezioni presidenziali, nasceva l’era Mitterand. Ad un anno dalle elezioni presidenziali, può ancora rappresentare un modello per il partito socialista francese?
Ad ogni modo qualche riga da “presidente da vendere” di Séguéla: “Metodi americani o no, Mitterand sceglie la modernità. A partire dal suo quartier generale (…) per i tempi piuttosto futurista. (…) uno dei proprietari di Havas , Claude Perdriel si occupa della comunicazione del candidato, senza esitare a far testare gli slogan, quando possibile dalla Sofrès.. E’ il nascente dominio del marketing sulla politica. Ma nei socialisti le resistenze sono tenaci, simili velleità moderniste si scontrano con abitudini consolidate. Lo slogan (…) viene ritoccato dal partito che gli preferisce (…) una bella opera da museo, meravigliosamente intellettuale, estetica incantevole. Ma così lontana dal linguaggio della strada”.
Vi suona familiare?

Ségolène: «patto presidenziale» per la Francia

Da http://www.corriere.it del 12 febbraio 2007

La candidata socialista annuncia le 100 proposte per cambiare volto al Paese, elaborate in cinquemila assemblee pubbliche
Ségolène: «patto presidenziale» per la Francia
Salario minimo, sanità gratuita, pensioni più alte. Per una nazione «colorata e meticcia»

PARIGI — È stata la domenica di Ségolène, il lancio del programma tanto atteso dalla sinistra francese dopo gaffes e sondaggi al ribasso. Per due ore, la candidata socialista all’Eliseo, giacca rossa, gonna rossa a pois bianchi, in un tripudio di slogan e bandiere, ha spiegato il catalogo delle speranze, un centinaio di proposte elaborate in 5.000 assemblee pubbliche per portare la gauche alla vittoria, come ai tempi di Mitterrand. Mai nominato, ma presente in spirito e nella coreografia, come un viatico all’allieva prediletta. Ed è stata la domenica del primo confronto pubblico con Nicolas Sarkozy, che ha parlato quasi in contemporanea. I due sfidanti per l’Eliseo hanno scaldato le platee dei militanti e tenuto i francesi incollati a quattro ore di diretta televisiva. Nel fuoco d’artificio di proclami, visioni della Francia di domani e promesse, viene il dubbio che gli estensori dei rispettivi discorsi si siano parlati o che qualche segreto sia filtrato dai quartieri generali della campagna. Non è così, ma non è difficile trovare punti di contatto nella proposta e nella diagnosi della malattia francese. La Royal ha infatti denunciato l’estensione delle aree di povertà e ingiustizia, il fallimento dell’integrazione, il contemporaneo bisogno di rinnovamento e restaurazione, la voragine del debito pubblico. Per rimettere in sesto la Francia e tenere insieme la sinistra, la candidata socialista ha annunciato alcune proposte di carattere sociale e solidaristico (aumento del salario minimo e delle pensioni, assistenza sanitaria gratuita per i giovani, intervento pubblico per favorire l’acquisto della prima casa), senza attenuare un progetto moderno e riformista che si rifà alle socialdemocrazie del nord Europa: flessibilità, educazione permanente, ricerca, innovazione, ecologia. La sintesi è un «patto presidenziale» per una Francia «colorata e meticciata» in cui Ségolène afferma l’ordine, la restaurazione di alcuni valori nazionali, l’impegno ecologico, le riforme istituzionali, il decentramento amministrativo e un maggior potere di controllo del parlamento, l’apertura e il dialogo con l’opposizione, il negoziato con le parti sociali, la critica al Patto di stabilità e alla Bce, la fiscalità rapportata all’inquinamento e alle delocalizzazioni di imprese, la fustigazione delle speculazioni e delle rendite finanziarie. Una parte importante del discorso è stata dedicata alla politica internazionale, con l’intento di correggere l’impressione d’incertezza offerta nel corso degli ultimi viaggi all’estero. Ségolène ha parlato di diritti umani in Russia e in Cina, di aiuto allo sviluppo e di rilancio del processo costituzionale europeo. «Non voglio che l’Europa sia soltanto una zona di libero scambio», ha aggiunto.
Nel rapporto con gli Stati Uniti ha forse marcato il punto di maggiore differenza con Sarkozy. La candidata socialista vuole un rapporto senza complessi: «La taglia del Paese non ha niente a che vedere con i principi», ha detto. Con lei all’Eliseo, la politica estera della Francia ricorderà piuttosto l’ultimo Chirac: multipolarità, dialogo con il Mediterraneo, aiuti allo sviluppo, impegno per la pace, diversità culturale. «Con i nuovi giganti emergenti occorre reinventare le regole del gioco», ha aggiunto riferendosi a Brasile, India, Sud Africa. Naturalmente sono diverse le tonalità, a beneficio dei rispettivi eserciti. Nell’immaginario della sinistra, Sarkozy è la destra autoritaria che impone la legge dei padroni, il liberismo selvaggio. E per la destra, Ségolène è la sinistra arcaica che pensa di risolvere i problemi allargando assistenzialismo e spese dello Stato. Ma il primo round della campagna elettorale ci dice che entrambi hanno cominciato la corsa verso il grande centro, la piccola e media borghesia francese che — come ormai avviene in tutte le democrazie occidentali — determina la vittoria del candidato con scarti minimi. Corsa d’immagine e di comunicazione, di fascino e competenza, più che di promesse e soluzioni forzatamente pragmatiche e obbligate fra i paletti della mondializzazione e della spesa pubblica. Per entrambi, il pericolo viene dal «terzo uomo», quel François Bayrou che guadagna consensi fra i moderati dei due campi. Chi si attendeva da Ségolène una svolta a sinistra, per galvanizzare le truppe un po’ disorientate dai primi passi della campagna, è rimasto deluso. La candidata socialista mantiene la rotta e rilancia le proposte più provocatorie che l’hanno resa famosa all’inizio della corsa: l’inquadramento militare dei giovani delinquenti, le giurie popolari, la responsabilizzazione dei genitori, la revisione della «carta scolastica» per consentire maggiore libertà di scelta nelle iscrizioni. L’istruzione è la priorità assoluta: «la battaglia in cui si tengono insieme famiglia, sicurezza, lavoro e sviluppo». Nello stesso tempo, Ségolène insegue Sarkozy sul terreno di valori e sentimenti nazionali che in Francia trapassano gli orientamenti politici: Rivoluzione, Nazione, Illuminismo. «Oggi vi propongo un patto presidenziale perché la Francia ritrovi ambizione, orgoglio e fratellanza. Oggi come madre penso ai figli di tutti i francesi e alle generazioni future», ha urlato con gli occhi lucidi.
Massimo Nava

La candidata socialista a picco nei sondaggi

Tratto da http://www.corriere.it

Ségolène in declino E affiora l’ ipotesi di un cambio in corsa
Ma dal partito assicurano: risalirà

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI – L’ incantesimo è finito? Ségolène Royal tira dritto, proclama di «tenere fino alla vittoria», non si cura delle critiche e prepara la domenica del rilancio, il prossimo 11 febbraio, quando presenterà il programma per l’ Eliseo, frutto di migliaia di riunioni in tutta la Francia. Se la campagna è cominciata in sordina, ciò è intenzionalmente voluto. Per costruire una piattaforma dal basso, «all’ ascolto dei francesi», come va ripetendo. Ma dubbi, incertezze e sarcasmo sono virus micidiali in una contesa personalizzata, quando il prodotto-leader è condizionato da mode, psicologia collettiva e persino della pubblicità. E i dubbi si sono materializzati, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se la folgorante ascesa della «Madonna socialista» non possa assomigliare al volo di Icaro. Così almeno scrivono gli stessi giornali che l’ avevano già portata all’ Eliseo: icona delle donne e del progresso, regina di Francia al servizio della Nazione, erede di Mitterrand nel cuore della «gauche». Adesso che la data del voto si avvicina, nell’ opinione pubblica la domanda di esperienza e competenza sembra prendere il sopravvento sulla magia del personaggio. Gossip e veleni (sparsi anche dalla parte avversaria) fanno addirittura circolare l’ ipotesi di un cambio in corsa. «Changer de candidate?», si domanda un editoriale dell’ Express, mentre Libération non perde occasione per mettere in luce i limiti di Ségolène, soprattutto quando si parla di politica estera. L’ establishment si preoccupa della sua «fragilità» rispetto ai più importanti dossier economici e strategici. Gli ambienti moderati e riformisti rischiano di sottrarle consenso puntando sul «terzo uomo», François Bayrou. Negli ambienti del partito ci si chiede se almeno sia disposta ad ascoltare qualche consiglio, anziché prendersela con il suo compagno Hollande o sospendere il portavoce, come fanno le istitutrici quando mandano i ribelli dietro la lavagna. All’ indomani delle primarie socialiste, nel novembre scorso, Nicolas Sarkozy confidava agli amici: «Sarà durissima, è difficile combattere contro un mito». Per di più un mito al femminile, inattaccabile, perché altrimenti sempre esposti all’ accusa di machismo e aggressività. Ségolène Royal aveva stravinto, conquistato i militanti, sgomberato il campo dagli «elefanti» del partito. Portata in alto dai sondaggi e dall’ immagine seducente, Madame Royal aveva compiuto un capolavoro mediatico e politico, calandosi nei panni di una Blair in gonnella con la triplice ambizione di conquistare l’ Eliseo, cambiare la cultura della sinistra e riformare la Francia. E adesso? Il primo mese di campagna elettorale è stato oggettivamente negativo. Secondo molti osservatori, addirittura fallimentare. E i sondaggi impietosi confermano la discesa, secondo la regola non scritta che chi è in testa in autunno non vince in primavera. Un concorso terribile di circostanze sfavorevoli, gaffes, polemiche interne e errori di strategia ha disorientato i militanti, deluso le aspettative dell’ opinione pubblica e riacceso le rivalità interne, al punto che nei salotti della politica parigina si disegnano gli scenari più disparati e complicati: un congresso straordinario, un appello a cambiare cavallo, il lancio di una squadra più rodata e credibile, magari indicando sin d’ ora chi sarà il primo ministro. Tutti pensano a Dominique Strauss Kahn, ma intanto è palpabile il silenzio o il «servizio minimo» dei grandi sconfitti ed è evidente la difficoltà di tenere insieme le anime diverse della sinistra, tanto più che alcune frange sono decise a scendere in campo al primo turno delle presidenziali con il proprio portabandiera: l’ ultimo a candidarsi è José Bové. In sintesi, il primo mese di campagna elettorale ha rovesciato gli scenari prefigurati in autunno. Nicolas Sarkozy, che rischiava il fallimento per le divisioni interne alla destra, ha stravinto il congresso dell’ Ump e sembra aver superato il suo punto debole: la difficoltà di trovare consensi al centro, fra i giovani, negli strati popolari, al punto di riuscire ad attrarre anche intellettuali di sinistra. La «gauche», al contrario, rischia di disperdere un patrimonio di condizioni che ne lasciavano prevedere una facile vittoria: voglia di ricambio generazionale, crisi sociale, saturazione per la troppo lunga stagione di Chirac, maggioranza politica in 21 regioni su 22 e nelle grandi metropoli del Paese. Ma non è il caso di preoccuparsi, giurano al quartier generale della candidata, in Boulevard Saint Germain: Ségolène è come Giovanna d’ Arco. E i tempi bui verranno anche per Supersarko. Massimo Nava * * * 52% All’ inizio del 2007 un sondaggio dava Ségolène Royal vincente su Sarkozy con il 52% dei voti contro il 48% ottenuti dal candidato della destra

Nava Massimo

Bayrou, il terzo uomo che punta al centro

da http://www.corriere.it del 30 gennaio 2007

Presidenziali francesi, un «guastafeste» contro il ministro degli Interni e la candidata socialista

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI – Ci sono due star nel sistema politico-informativo francese: Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal. Ma almeno uno dei due cadrà prima dello sprint finale, giura François Bayrou, il «terzo uomo» della campagna elettorale, come tutti lo chiamano da quando è riuscito a conquistare le prime pagine nel ruolo di guastafeste. Almeno un risultato l’ ha già ottenuto. Secondo i sondaggi, ha superato il vero «terzo incomodo» della partita, il leader del Fronte Nazionale Jean-Marie Le Pen. Ma Bayrou spera di andare oltre, innescando dinamiche elettorali che potrebbero scardinare la sceneggiatura già scritta: la «saturazione» del pubblico per il «Sarkorama» e la «Madonna socialista», l’ inclinazione dei francesi per sorprese e gli outsider, la marea di indecisi e delusi dei due campi. Cinquantasei anni, una moglie conosciuta sui banchi delle elementari, sei figli e nove nipoti, Bayrou è il presidente dell’ Udf, il piccolo partito che fu di Giscard d’ Estaing, Simone Veil e Raymond Barre. Figlio di un allevatore della Gironda, ha raccolto il 6,8 per cento alle presidenziali del 2002. I suoi modelli sono Gandhi, Churchill e Enrico IV, oltre naturalmente a De Gaulle. Undici per cento dei voti alle elezioni europee del 2004, l’ Udf incarna la tradizione liberal-democratica delle classi medie, raccoglie anche il voto cattolico e rappresenta una domanda di «centrismo» e moderazione in forte crescita fra gli scontenti del bipartitismo. «Gemellata» in Europa con la Margherita, l’ Union è storicamente alleata della destra gollista, diventando negli ultimi tempi un alleato scomodo, al punto da uscire dalla maggioranza. L’ Udf condivide valori della destra – laicità repubblicana, ruolo dello Stato, libertà economiche – ma accentua ideali di libertà civili e giustizia sociale che piacciono anche ad ambienti della sinistra moderata. Sognando l’ Eliseo, Bayrou lancia un progetto riformista, che combina risanamento delle finanze pubbliche e investimenti produttivi nel campo della ricerca, dell’ ambiente e dell’ educazione. Ha scritto un libro-manifesto, In nome del terzo stato, che vorrebbe evocare la Rivoluzione e immaginare la riscossa della borghesia produttiva oppressa dall’ «immobilismo e dal clanismo» della corte di Versailles. «La mia diagnosi sulla situazione del Paese potrebbe essere ancora più severa», ha detto, iscrivendosi al grande partito del piagnisteo sul declino della Francia e sulle sfide perdute della modernità e del cambiamento. «Siamo tornati all’ Ancien Régime, il popolo e il Parlamento sono espropriati dal potere assoluto sostenuto dalle fortezze finanziarie e mediatiche». Detto così, il messaggio riformatore di Bayrou potrebbe nuocere soprattutto alla destra e mietere consensi fra i francesi che aspettano la fine dell’ interminabile era Chirac, ma non si fidano di Sarkozy, temendo una deriva autoritaria o lo snaturamento del modello sociale francese. In realtà, Bayrou piace a sinistra, fra i riformisti che cominciano a dubitare delle doti di statista di Ségolène Royal e che sono disorientati dalle gaffes in serie della candidata socialista durante le ultime visite all’ estero. Lo conferma il quotidiano della «gauche» Libération, da qualche settimana sempre più critico e sarcastico nei confronti di Ségolène. Di fatto, anche la crescita di Bayrou potrebbe indirettamente contribuire alla vittoria di Sarkozy. Bayrou è stato abile nel denunciare il circo mediatico, il meccanismo dei sondaggi, l’ occupazione degli spazi televisivi dei due maggiori candidati, la «berlusconizzazione» della vita politica. Risultato? La ribalta per Sarkozy e la Royal, le briciole per gli altri. Di par condicio televisiva nemmeno a parlarne, come se il «bipartitismo» non fosse un modello politico, ma un «obbligo». Il terzo uomo, la sorpresa, l’ outsider è riuscito a presentarsi come un elemento di novità e di freschezza, pur essendo una vecchia conoscenza. Deputato dal 1986, è stato due volte ministro dell’ Istruzione, essendo fra l’ altro bersaglio di una delle più gigantesche manifestazioni di protesta mai viste in Francia, quella in difesa della scuola privata. La scelta di correre da solo e la speranza di diventare presidente per sottrazione, cioè per «implosione» dei due maggiori candidati, ha per ora avuto l’ effetto di dividere il partito (diversi esponenti sono passati con Sarkozy) e di creare scompiglio a sinistra. Con la prossima discesa in campo del leader paysan José Bové, la partita dell’ Eliseo risulterà ancora più complicata. Mai come questa volta, la lista dei pretendenti sarà ampia: una quarantina di iscritti al primo turno, a riprova di un elettorato frammentato e fluttuante e di un bipartitismo logorato. L’ importante è partecipare, ma l’ Eliseo non è l’ Olimpiade. * * * IL PROGRAMMA DEL LEADER UDF * * * 1 *** Stabilizzare le entrate fiscali e semplificare le procedure Due principi: combattere il deficit stabilizzando il fisco, a livello sia locale che nazionale, e semplificare le procedure «incoraggiando innovazione e ricerca». La tassa sulla ricchezza? «Vogliamo un’ imposta a base larga, senza nicchie di defiscalizzazione, ma a tasso leggero». * * * 2 *** Sì a garanzie per coppie gay «nell’ interesse dei bambini» «Il matrimonio riguarda un uomo e una donna. Le famiglie tradizionali vanno difese». La proposta politica di Bayrou prevede comunque l’ unione civile e garanzie legali «per le famiglie con genitori omosessuali, nell’ interesse dei bambini: dobbiamo tener conto delle situazioni concrete». * * * 3 *** Anche le schede bianche devono essere conteggiate «Le schede bianche non sono nulle», per Bayrou vanno piuttosto inserite nel conteggio dei voti espressi, «come bilanciamento dell’ introduzione del voto obbligatorio». Significa che i voti fino a oggi considerati nulli dovranno essere inseriti nei conteggi del primo turno delle presidenziali. * * * 4 *** Per un’ informazione pluralista e indipendente Per Bayrou l’ attuale crisi della stampa corrisponde a un deficit di democrazia: «I cittadini hanno diritto a un’ informazione giusta, pluralista, equilibrata, indipendente dallo Stato, al riparo da concentrazioni di interessi e potere». Un vero giornale? Deve poter avere «indipendenza e originalità di sguardo». * * * 14% la percentuale attribuita a Bayrou al primo turno: terzo davanti a Le Pen (10%, sondaggio LH2) * * * CENTRISMO ALLA FRANCESE CHI CI HA PROVATO 1969 *** POHERAlain Poher (1909-1996) è l’ unico centrista ad aver raggiunto il ballottaggio, grazie alle divisioni della sinistra. Il gollista Pompidou lo sconfisse nel ‘ 69 col 57,58% contro il 42,42% *** 1988 *** BARREIl leader dell’ Udf Raymond Barre coltivò a lungo l’ illusione Eliseo, ma nel 1988 finì schiacciato tra Mitterrand e Chirac (presidente e premier) ottenendo al primo turno solo il 16% *** 1989 *** VEIL Alle elezioni europee del 1989, Simone Veil ottenne una delle più brucianti sconfitte del «terzismo» francese alla guida del Centre pour l’ Europe: solo l’ 8,4 dei voti

Nava Massimo