La sfida per i partiti mainstream

La sfida per i partiti mainstream non è di dimostrare che i partiti populisti sono brutti, sporchi e cattivi e loro sono il meno peggio, ma di rinnovarsi profondamente.
Siamo in un’era nuova con problemi che non hanno precedenti e che richiedono soluzioni nuove e coraggiose.
In questo senso i commenti sul governo Macron del tipo “avete visto non è di sinistra ha nominato un capo di governo di destra” o la contabilità se ci siano più esponenti di destra o di sinistra non colgono il punto.
In questa fase i Paesi si governano dal centro, quello che Kennedy definiva il “Centro vitale”: guardate il curriculum delle persone scelte e le proposte che faranno. Non è più sufficiente la frattura destra/sinistra a descrivere le divisioni politiche: apertura/chiusura, globalizzazione vs sovranismo (nazionalismo), alzare muri o costruire muri per citarne alcune.
Ne ho parlato l’ultima volta in un convegno internazionale a Kiev e sì sostenevo che Macron poteva vincere, quando praticamente tutti sostenevano il contrario.

#tuttostanelcogliereilpunto

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Alec Ross for Governor

Alec Ross lancia la sua candidatura a governatore del Maryland con un bel video che mostra tutto ciò che insegno ai miei studenti: partite dal perché vi candidate, e nel perché c’è la vostra biografia, la vostra esperienza personale, professionale e politica.
Buona notizia per gli elettori del Maryland, in bocca al lupo Alec!

Per vedere il video

Congresso a Kiev

Venerdì interverrò al Congresso Internazionale della AAPC che si terrà a Kyiv in Ucraina. Parlerò della situazione italiana, dell’ascesa delle formazione populiste e anti-establishment in Europa e della possibile risposta dei partiti “mainstream”.
È evidente che la semplice distinzione destra/sinistra non basta a descrivere il posizionamento dei partiti, così come serve una innovazione del linguaggio e delle proposte.

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Ha vinto Trump: mea culpa

Su Strade aggiungo un personale punto di vista su cosa è accaduto nelle presidenziali statunitensi e sugli errori di valutazione commessi (anche da me). A differenza di molti analisi che ho letto non ritengo di avere la verità in tasca, ma credo sarebbe utile incominciare a ragionare sul futuro. Come sosteneva Napolitan si impara di più dalle sconfitte e dagli errori che dalle vittorie (a patto di voler capire aggiungo io).

(…) Qui non si tratta di problemi di campionamento, i sondaggi non dovrebbero servire a dire “chi vince” (funzione oracolo), ma a dire “come vincere” (funzione strategica). Così, occupandosi di modificare il colore degli stati nelle cartine, ci si è dimenticati di analizzare in profondità altri “stati”, vale a dire gli stati d’animo dell’elettorato. Eppure che la “pancia” dell’elettorato fosse in ebollizione era evidente e sicuramente a conoscenza del quartier generale democratico, ma la candidata non è stata in grado di parlare a quelle persone e ha prevalso la voglia di cambiamento, la voglia di far pulizia a Washington che periodicamente ritorna nella storia americana. Servivano strumenti qualitativi e non solamente quantitativi.

Clicca qui per leggere analisi completa

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Convegno su Big Data e presidenziali USA

Oggi pomeriggio sarò tra i relatori di “USA2016: i Big Data e la sfida Trump Clinton”, parleremo di Big Data e delle imminenti elezioni statunitensi. Come si stanno comportando i candidati e chi sarà a prevalere?

Dalle 16.30 alle 18.30 presso la Facoltà di Scienze Politiche in Via Conservatorio 7 (Sala Lauree).

Quale è stato il trend delle ultime settimane nell’opinione pubblica americana? Quali sono state le emozioni degli americani durante i tre “faccia a faccia” televisivi tra i candidati? E soprattutto, chi vincerà le presidenziali tra #Hillary e #Trump?

Ne discutono: Andrea Ceron (Università degli Studi di Milano e VOICES from the Blogs), Marco Cacciotto (Università degli Studi di Milano), Gianluca Mercuri (Corriere della Sera), Vittorio Emanuele Parsi (Università Cattolica di Milano), Marco Sioli (Università degli Studi di Milano)

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Sondaggio Washington Post su presidenziali statunitensi

Un sondaggio elettorale condotto dal Washington Post insieme a Survey Monkey Poll in tutti e cinquanta gli Stati (per un totale di 74.886 elettori intervistati) presenta alcuni risultati sorprendenti: 10 stati in bilico (tra questi a sorpresa il Texas, effetto latinos?), ad Hillary mancano 36 voti elettorali per raggiungere la soglia dei 270 necessari ad ottenere la presidenza. Il punto debole di Trump è attualmente rappresentato dai bianchi laureati (in particolare donne) e se non riuscirà a recuperare non solo perderà le elezioni, ma i Repubblicani potrebbero perdere stati che tradizionalmente si aggiudicano dando vita ad uno storico riallineamento elettorale.

Qui l’analisi completa del Washington Post

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Battersi per…

Hillary Clinton sta usando “Fighting for us” (si batte per noi) come claim della campagna. Come sapete mi hanno spesso “accusato” di essere troppo americano, ma questo non vuol dire accettare che qualsiasi cosa venga da oltreoceano sia novità: il porta a porta ad esempio non è una invenzione americana (come ho sentito sostenere a qualche consulente americano in cerca di lavoro nel nostro Paese…).

Prima che qualcuno dica prendiamo lo slogan di Hillary che qui non lo ha usato mai nessuno, pubblico una campagna che sviluppai per i Ds di Reggio Emilia nel 2003: in quel caso il claim era “ci battiamo per te”.

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