Slalom tra le tasse e il welfare così la partita Iva progetta il 2010

Un articolo di Dario Di Vico nel quale si possono riconoscere tanti consulenti politici partita IVA

Il rebus fiscale del forfait, i troppi contributi e l’ indennità che non c’ è

A gennaio un consulente a partita Iva che si rispetti si comporta come un’ impresa. Si mette al computer e prepara il suo bravo business plan. A cosa scrivere ci ha pensato lungo tutta l’ interruzione di 15 giorni tra Natale e l’ Epifania, che per un consulente che vive di contatti e di relazioni è un periodo altamente ansiogeno. Si sta in famiglia, si va in montagna, si organizza il cenone, si prendono i regali per i ragazzi ma un retropensiero li accompagna sempre: «Non è che i miei clienti mi dimenticheranno?». L’ ansia da commessa coinvolge tutti gli Invisibili che all’ alba del giorno fissato per la fatidica ripresa dell’ attività si mettono di buon ora al computer. Un comportamento totalmente diverso dai lavoratori dipendenti che invece nel primo giorno post-ferie partono con il freno a mano tirato, si concedono più soste del solito alla macchinetta del caffè e raccontano a nastro cosa hanno fatto nei meravigliosi-quindici-giorni fuori dall’ ufficio. Due mondi, popolato di ansiosi il primo, di iper-rilassati il secondo. Bilanci psicologici Non tutti i consulenti di questo moderno Quinto Stato lavorano con le stesse modalità di mercato e quindi anche il carico di stress è differente. Chi opera a giornate non vede l’ ora di riprendere a tessere la tela dei contatti. Sa bene che tutte le organizzazioni sue controparti sono per loro natura delle navi che si riavviano senza strappi e lui invece le vorrebbe saettanti come degli aerei. Ma alla fine, oltre le due settimane di fermo dovute alle feste, il consulente deve mettere in conto tre o quattro giorni in più dovuti all’ inerzia dei suoi committenti che cominciano a mollare molto prima del Natale e riprendono dopo l’ Epifania a bassa intensità. Tutto questo tempo in più finisce per essere dedicato ai bilanci psicologici ed economici. E, come raccontano in tanti, «ci vuole forte presenza e forza mentale per evitare di lasciarsi andare». Il consulente che lavora per progetti lunghi (minimo quattro mesi, massimo un anno) non ha i costi da stress del suo collega, può permettersi di pianificare le mosse con maggiore tranquillità, non è assillato dal rischio di rimanere fermo e non guadagnare. I «progettisti» le vacanze le usano per recuperare i ritardi accumulati in una o nell’ altra fase del progetto e anche per cercare di capire le nuove tendenze del mercato o i comportamenti delle aziende. Sono attentissimi a captare qualsiasi novità, qualsiasi segnale dia loro preziosi input, sono sensibili alle foglie. L’ obiettivo è sviluppare nuove idee da vendere sul mercato, farlo prima degli altri, addirittura anticipare le esigenze dei committenti magari intrecciando competenze diversissime tra loro (persino informatica e ballo!). Chi anticipa, infatti, riesce non solo a lavorare di più ma anche a farsi remunerare meglio l’ idea vincente. Se invece la lampadina non s’ accende, e si è costretti a battersi per portare a casa una fetta di lavoro più tradizionale e meno innovativo, la competizione sui prezzi sconfina nel dumping. E si finisce spesso per fare il conto-terzista, si lavora per altri professionisti che appaltano la parte meno pregiata delle loro commesse. Qualità del lavoro In questa delicata opera di programmazione un consulente fa sempre i conti con il fantasma che si aggira dietro il suo computer: l’ obsolescenza. I più raffinati ne individuano addirittura due tipi, quella classica ovvero il rischio di restare fuori gioco rispetto alle dinamiche di mercato o all’ evoluzione di alcune tecnologie. E quella psicologica: più si va avanti con gli anni più è difficile accettare compensi ridotti. Il tempo alimenta un’ aspettativa di riconoscimento (qualità del lavoro e tariffa) che quando viene frustrata induce a proferire la famosa frase: «Solo un giovane che non ha famiglia può permettersi di lavorare a questi prezzi». Per evitare questa pericolosa sindrome una partita Iva avveduta allunga i suoi tempi di programmazione, ragiona non a dodici mesi ma a quattro o cinque anni. In questo modo spera di non cadere nell’ obsolescenza, l’ inferno del consulente. Naturalmente tutte queste speculazioni sul futuro quando impattano, come adesso, con la Grande Crisi si fanno più ardue. Una volta era possibile già dall’ 1 gennaio prevedere con sufficiente approssimazione quanto si sarebbe guadagnato da lì al 31 dicembre, oggi tutti sono costretti a viaggiare nella tremontiana terra incognita. Fiducia e relazioni Negli anni scorsi aveva avuto un discreto successo un testo del sociologo americano Richard Sennett che sosteneva, con ragione, come la precarizzazione del lavoro finisse per corrompere il carattere, per indebolire strutturalmente «l’ io» di un lavoratore Invisibile. Mutatis mutandis qualcosa del genere vale per il consulente. Una partita Iva che vive sul mercato selvaggio di un terziario avanzato piccolo piccolo sa che deve porre un’ attenzione spasmodica alle relazioni interpersonali. Quando lavora non può permettersi litigi, scatti d’ ira, repentini cambi di umore. Il rischio è il cartellino rosso che comporta l’ espulsione e svariate giornate di squalifica. Un consulente ha bisogno di avere rapporti fluidi e non conflittuali perché deve poter frequentare con grande facilità gli uomini che lavorano nelle organizzazioni. Per lui/lei è decisivo sapere sempre cosa bolle dentro i Palazzi dei Grandi Committenti e per questo ha bisogno di un legame fiduciario. Ogni rumour captato per tempo è oro. Il coffee break di un corso di formazione o un convegno (anche quelli bisogna saperli scegliere!) è un luogo fantastico per coltivare i contatti che contano e reperire le informazioni giuste. Ma una relazione fiduciaria la si costruisce in anni e la si può bruciare in pochi secondi. Nel Quinto Stato le relazioni personali non paiono aver subito la mutazione internettiana. Facebook, LinkedIn e gli altri social network per ora commesse non ne portano, molto meglio una sigaretta fumata in compagnia fuori da un convegno. Per tutti questi motivi le partite Iva milanesi non credevano alle loro orecchie quando la Provincia aveva annunciato l’ idea di aprire uno spazio destinato a loro, la Fabbrica del lavoro autonomo (esistono a Berlino e Barcellona). Sarebbe stato l’ incubatore di innovazione che tutti sognano ma alla peggio un’ occasione di co-working, come si dice in gergo. Poter lavorare fianco a fianco e quindi godere di relazioni e flussi di informazioni stabili. Molto meglio che stare in casa ad aspettare news. Tasse e forfettone Una partita Iva che si rispetti deve avere il suo bravo commercialista al quale portare solitamente una pila di documenti e fatture. Le norme sono in continua evoluzione e quindi anche se volesse non riuscirebbe a far da sé. Il fisco, «esoso» per definizione, non perdona il consulente che sbaglia e il ricordo di alcune cartelle pazze arrivate negli anni scorsi è rimasto indelebile nella memoria dei nostri. Il guaio è, che secondo la vox populi, ci sono più commercialisti ferrati nelle materie d’ impresa che in quelle che riguardano le partite Iva. Così le discussioni cliente-commercialista sono all’ ordine del giorno: i ticket restaurant si possono scaricare o no? E come calcolare l’ Iva sulle spese di trasporto? Fiscalmente conviene muoversi in auto o in treno? Come che vada alla fine il netto finisce sempre sotto la fatidica soglia del 50% degli incassi lordi. Posto che chi lavora per le imprese non può evadere neanche un euro, il forfettone a 30 mila euro non è giudicato conveniente per i professionisti full time, ma solo per quei lavoratori dipendenti che esercitano anche la libera professione. E quindi finisce che, grazie al forfettone, fanno concorrenza sleale perché possono abbassare le tariffe. Previdenza e sanità Dal fisco alle pensioni il quadro non migliora. Anzi. Visto l’ elevato rischio di prendere da anziano un assegno misero (secondo la casistica più recente anche solo 500-600 euro), un Invisibile previdente dovrebbe pagarsi un’ assicurazione privata per poter integrare il reddito da pensionato. Nella realtà accade che l’ alto prelievo previdenziale (27-28% versato alla gestione separata Inps, dieci punti in più in pochi anni) ha portato molti a sacrificare la polizza privata, confermata solo da chi gode di redditi alti e quindi si può permettere di alimentare due rubinetti di welfare contemporaneamente. Anche in materia di sanità il consulente finisce per vivere pericolosamente alla giornata, la sua capacità di programmare cede il passo a una vita spericolata. La spesa di una polizza sanitaria non è sopportabile per un reddito medio e così le partite Iva finiscono per sentirsi degli eterni giovani in lotta continua contro il pericolo di ammalarsi. La leggenda vuole che proprio questo spirito li renda immuni, che la mobilitazione psicologica soggettiva faccia sì che, statistiche alla mano, una partita Iva si ammali meno, molto meno di un dipendente. La verità più prosaica è che le malattie banali vengono ignorate e caso mai rinviate al week end e ai giorni di vacanza. E’ frequentissimo che una partita Iva si ammali nei giorni di ferie perché il suo corpo sa che a quel punto può mollare. Figli e matrimoni «misti» Anche le scelte di paternità/maternità finiscono per subire le leggi del mercato: si rinvia fino all’ ultimo. Anche perché è vero che alle donne è riconosciuta la tutela della maternità ma i governi di centro-sinistra hanno introdotto l’ obbligo di astenersi dal lavorare per cinque mesi, così una neo-mamma quando riprende l’ attività si trova con i contatti azzerati e deve ripartire da zero. Una jattura. Di fronte a tutti questi impedimenti il consiglio che tutti si scambiano nel Quinto Stato è «fai un matrimonio misto». Se una partita Iva sposa un lavoratore dipendente, allora sì che diversifica il rischio! Dario Di Vico


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