Sette giorni per cambiare l’America

L’appello del candidato democratico, Barack Obama, a una settimana dalle elezioni

DOPO decenni di politica discontinua a Washington, dopo otto anni di politica fallita con George Bush, e dopo ventuno mesi di una campagna elettorale che ci ha portato dalle coste rocciose del Maine al Sole della California, ormai manca soltanto una settimana per cambiare l’America.

Tra una settimana potrete finalmente voltare pagina, cambiare la politica che ha messo l’avidità e l’irresponsabilità di Wall Street al di sopra del duro lavoro e dei sacrifici delle persone comuni di Main Street. Tra una settimana potrete scegliere le politiche che riguardano la nostra middle-class, creare nuovi posti di lavoro, far crescere dal basso questa economia così che chiunque abbia la sua chance di avere successo, dall’amministratore delegato alla segretaria fino al custode, dal proprietario della fabbrica fino agli uomini e alle donne che lavorano nei suoi stabilimenti.

Tra una settimana potrete porre fine alla politica che vorrebbe dividere una nazione per vincere un’elezione, che cerca di scagliare una regione contro l’altra, la grande città contro la piccola città, i Repubblicani contro i Democratici, che ci chiede di avere paura in un’epoca nella quale dobbiamo sperare.
Tra una settimana, in quel preciso momento così decisivo della storia, voi potrete dare a questo Paese il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ho iniziato questo lungo cammino nei rigori invernali di quasi due anni fa, sui gradini dell’Old State Capitol di Springfield in Illinois.

A distanza di ventuno mesi da allora, la mia fiducia nel popolo americano è stata premiata. È così che siamo arrivati così lontano e così vicini alla meta: grazie a voi. Ecco come cambieremo questo Paese: con il vostro aiuto. Ecco perché non possiamo permetterci di demordere, di rilassarci, di sprecare anche un solo giorno, un solo minuto, un solo secondo di quest’ultima settimana che resta. Non adesso. Non quando la posta in gioco è così alta.

Ci troviamo nel bel mezzo della peggior crisi economica ci sia mai stata dalla Grande Depressione. L’ultima cosa che possiamo permetterci è un ulteriore periodo di quattro anni nel quale nessuno a Washington dà un’occhiata a ciò che accade a Wall Street, perché i politici e i lobbisti hanno soppresso qualsiasi normativa di buon senso. Quelle sono le teorie che ci hanno messo nei guai: non funzionano ed è giunto il momento di cambiare. Ecco per quale motivo mi candido alla presidenza degli Stati Uniti.

Io non credo in ogni caso che il governo possa o debba cercare di risolvere tutti i nostri problemi. So che neanche voi lo credete. Credo però che il governo dovrebbe fare ciò che noi non possiamo fare da soli: proteggerci dai pericoli, fornire un’educazione decorosa ai nostri bambini, investire in nuove strade, in nuove ricerche scientifiche e tecnologiche. Cerchiamo di capirci: se vogliamo superare questa crisi dobbiamo andare oltre i vecchi dibattiti ideologici e le divisioni tra destra e sinistra. Non ci occorre un governo più piccolo o un governo più grande. Ce ne serve uno migliore, un governo più competente, un governo che sostenga i valori che noi come americani condividiamo.

Io so che cambiare è possibile. Lo so perché l’ho visto nel corso degli ultimi ventuno mesi. Perché in questa campagna io ho avuto il privilegio di assistere a ciò che di meglio c’è in America.
Tra una settimana potremo scegliere un’economia che ricompensa il lavoro e crea nuovi posti di lavoro alimentando il benessere dal basso verso l’alto. Tra una settimana potremo scegliere di investire nell’assistenza sanitaria per le nostre famiglie, potremo scegliere l’educazione per i nostri figli, e fonti di energia rinnovabile per il nostro futuro. Tra una settimana potremo scegliere la speranza invece della paura, l’unità al posto della divisione, la promessa di cambiamento piuttosto che il potere dello status quo.

Tra una settimana potremo essere uniti come un’unica nazione, un unico popolo, e una volta di più scegliere la nostra storia migliore.
Questa è la posta in gioco. Per questo ci stiamo battendo. Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l’America.
(Traduzione di Anna Bissanti)
(28 ottobre 2008)


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