Obama e i social network

tratto dal corriere della sera del 28 giugno 2008

Chris Hughes, Mark Gorenberg, Nadine North e altri ancora. Nomi che non dicono nulla, ma che negli ultimi 18 mesi hanno fatto la storia cambiando il genoma della politica Usa, investita dal ciclone Obama. Che non è solo il primo candidato nero alla Casa Bianca, un leader carismatico capace di emozionare e raccogliere molti soldi. Grazie ai pionieri tecnologici della Silicon Valley che hanno costruito una macchina elettorale digitale fatta su misura per lui, oggi il senatore democratico dispone di una rete di un milione e mezzo di finanziatori pronti a sostenerlo con contributi piccoli ma ripetuti, 750 mila volontari attivi in tutto il Paese e 8 mila affinity group
(club di sostenitori) che hanno organizzato 30 mila eventi pro Obama in ogni angolo d’America. Una rivoluzione della politica che ridimensiona — e forse un giorno manderà in soffitta — il sistema basato sui partiti. Non è solo saper sfruttare Internet o andare su YouTube, come ormai fanno tutti i candidati: «geni della rete» e venture capitalist californiani hanno portato in dote a Obama la capacità di penetrare nei social network come Facebook o MySpace che hanno ormai centinaia di milioni di iscritti, il fenomeno più esplosivo del web.
Il candidato rifiuta il finanziamento pubblico che aveva promesso di accettare (e per questo paga un prezzo alto in termini di immagine) perché non vuole chiudere in garage la poderosa macchina appena costruita. «Barack è la start up di maggior successo mai concepita dalla Silicon Valley», sentenzia il mensile progressista
The Atlantic. L’intuizione iniziale fu di Mark Gorenberg e Nadine North, un venture capitalist di San Francisco e una «cacciatrice di teste ». È stato il primo passo di una rivoluzione: oggi solo Facebook (il cui cofondatore, Chris Hughes, si è preso un sabbatico ed è andato a lavorare per il senatore) garantisce a Obama ben 950 mila «amici» (contro i 141 mila pro McCain).
Cambia il finanziamento della politica, ma anche il modo di organizzarla: la vecchia forma-partito perde terreno. Succede in America, dove quelle di democratici e repubblicani sono scatole onnicomprensive senza strutture territoriali permanenti; potrebbe accadere anche nell’Italia del «partito personale» di Berlusconi e del Pd che alla prima assemblea registra la defezione di due delegati su tre. Ci sono i delusi e gli opportunisti, certo, ma forse comincia ad affacciarsi anche da noi l’idea che si può incidere di più con un blog ben fatto che parlando per tre minuti a una platea distratta.
Una forma di democrazia dal basso non priva di inconvenienti: è vulnerabile al populismo, dà voce solo a una fetta della società, quella digitalizzata e, in quanto termometro sensibile dei cambiamenti d’umore, può ritirare all’istante un mandato magari entusiasticamente conferito solo pochi mesi prima. Ma è comunque democrazia, in un mondo nel quale, coi partiti sempre più sclerotizzati, si moltiplicano le votazioni di pura ratifica di sistemi di potere verticistici che, come in Russia, scelgono i leader per cooptazione.
Quella che transita per Internet e i social network è una formula che dà voce soprattutto ai giovani (ma, almeno negli Usa, anche 40enni e 50enni e molti anziani sono ormai frequentatori abituali della rete) e che ha bisogno di un leader vero, di grande spessore e tenuta. Il «grillismo» è la dimostrazione delle potenzialità del nuovo modo di fare politica, ma anche della difficoltà di compiere un salto di qualità. Serve un Obama carismatico, calcolatore, tecnologico.


One thought on “Obama e i social network

  1. Il grillismo non è la dimostrazione delle potenzialità del nuovo modo di fare politica; il grillismo è pura demagogia, è populismo allo stato puro, è dire cose banali e scontate per riempire le piazze, ricevere applausi, conquistare spazi in giornali e riviste, fare sold-out ai propri spettacoli. il grillismo è ipocrisia. i partiti con la loro progressiva degenrazione hanno sì finito per rappresentare un male per la società, ma è una male che non si può curare con una medicina, il grillismo appunto, ancor più nociva. credo che le ultime elezioni abbiano segnato la strada da seguire: pochi gruppi parlamentari, scomparsa di tutti quei piccoli partiti che con l’1% o giù di lì sono stati in grado di prendere in ostaggio i governi, avvicinamento al bipolarismo perfetto. ne guadagnerà la governabilità del paese oltre che le tasche dei contribuenti.

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