Perché ai politici piace mettersi a nudo

Perché ai politici piace mettersi a nudo
Repubblica — 21 maggio 2008 pagina 37 sezione: CULTURA

Come mai siamo improvvisamente assediati dalle autobiografie politiche spiattella tutto? Perché Cherie Booth Blair ha menzionato l'”immenzionabile”?, esponendo senza veli ogni altro suo sentimento e pensiero? Cosa ha indotto John Prescott a raccontarci la sua bulimia e i suoi peccadillos sessuali? E perché Lord Levy interpella pubblicamente proprio Tony Blair, che per primo lo ha proiettato sotto le luci della ribalta? Nei primi due casi si potrebbe ipotizzare il bisogno o il desiderio di denaro, per ottenere il quale bisognava pur aggiungere qualche elemento di gossip a quanto is aveva da dire.

E per tutti e tre si può addurre inoltre la motivazione del regolamento di conti, per lo più personale e spesso meschino, ma abbastanza pruriginoso per conquistare l’ attenzione del pubblico. Se tutto questo è vero, può darsi però che dietro alle trivialità da soap opera si celi qualcosa di assai più interessante e profondo. Come osservava il filosofo Michel Foucault, nella nostra società si è venuta sviluppando «una singolare tendenza alla confessione~ che allarga le sue ali per ogni dove. ~ Si confessano i propri pensieri, desideri e peccati, malattie e affanni, esponendo con la massima precisione anche i particolari più difficili da raccontare». Foucault fa risalire al Medio Evo le origini di questa tendenza a mettere a nudo ogni cosa, collegandola alla confessione cattolica. E sostiene che progressivamente questa forma di veridicità abbia soppiantato i miti delle meravigliose gesta, dell’ audacia e del coraggio che avevano dominato le ere e le culture precedenti. Michel Foucault è morto nel 1984, prima del decollo di Internet, quando l’ era delle celebrità non aveva ancora raggiunto la sua dimensione attuale. Oggi è in atto una generalizzazione massiccia del principio del confessionale, ormai completamente secolarizzato. Ogni atto compiuto dalla celebrità deve diventare visibile, in quanto parte integrante della stessa. Ecco perché questi personaggi, una volta diventati famosi, non fanno che lamentarsi dell’ invadenza dei media e dell’ impossibilità di continuare a vivere da privati cittadini – anche se al tempo stesso si dimostrano irrimediabilmente dipendenti dal tanto deplorato fenomeno. Nel momento in cui i coniugi Blair escono per l’ ultima volta da Downing Street, Cherie si rivolge a tutti i media riuniti per l’ occasione dicendo: «Non sentirò la vostra mancanza». Ma appena pochi mesi dopo eccola ricomparire, per sua deliberata scelta, sulle pagine di tutti i giornali e alla tv. Nessuno degli autori citati ha conquistato grandi simpatie tra il pubblico – al contrario; e tutti e tre si sono posti in contrasto l’ uno con l’ altro. Del resto, anche questo rientra nella norma, dato che inevitabilmente chi dice la verità – o quanto meno la sua verità – finisce per suscitare qualche dissidio. A detta di Lord Levy, Tony Blair avrebbe dichiarato più volte che Gordon Brown non sarebbe riuscito a battere neppure David Cameroun alle elezioni; ma lo stesso Blair ha negato di aver mai fatto una valutazione del genere; e sua moglie ha accusato Levy di parlare a vanvera. Dopo essersi vantato di aver dato dello stronzetto (little shit) a Tony Blair, John Prescott dà della sciocca a Cherie Booth per aver deciso di anticipare la data della pubblicazione del suo libro. E ancora Levy afferma di aver avvisato Blair dei rischi che gli avrebbe fatto correre il “prolungato massaggio” di Carol Chapin; mentre Cherie sostiene che a raccomandarlo era stata lei stessa. Si potrebbe dire che tutto questo svilisce la politica in genere e il New Labour in particolare. Anche nei diari di Alastair Campbell non si parla mai di scelte politiche o di questioni politiche sostanziali. Come si è sempre detto, nessuno gode del rispetto del proprio domestico. Oggi siamo tutti testimoni delle fragilità e degli aspetti anche troppo umani di chi ci governa. Riusciranno i politici a svolgere con piena efficacia il loro ruolo di leader, dopo che sarà svanito del tutto quel “necessario mistero” – per usare l’ espressione di Walter Bagehot – di cui l’ autorità politica dovrebbe circondarsi? Perché di fatto, ciò che accade qui si sta verificando quasi ovunque. L’ intimità del presidente Clinton è stata analizzata nei minimi dettagli. In Francia, ancora qualche tempo fa i leader politici potevano avere una loro vita privata, manifestando in cambio una certa dignità pubblica; mentre oggi Nicolas Sarkozy e la sua nuova consorte (come del resto quella precedente) furoreggiano su tutte le riviste di gossip. E in Italia Silvio Berlusconi non fa mistero dei suoi lifting e trapianti di capelli, mentre il presidente russo Putin posa per i fotografi in topless. Per tornare a Foucault, a suo parere la confessione non è una forma di veridicità; e neppure, come potrebbe sembrare, un modo per conquistarsi la redenzione. «L’ obbligo di confessarsi passa ormai per un così gran numero di tramiti, ed è così profondamente radicato in noi che non lo percepiamo più come l’ imposizione di un potere che ci domina ~» Quanto poi al tema più specifico della sessualità, Foucault sostiene che la libertà non si raggiunge attraverso una confessione totale, rendendo pubblico tutto ciò che è privato, ma solo rifuggendo dalla stessa sessualità, rompendo la sua presa, il dominio che esercita sulla nostra vita. Quale potrebbe essere l’ equivalente nella sfera politica? Potremmo dire intanto che spesso il comportamento retto non consiste nel rivelare ogni cosa, ma piuttosto nel mantenere il silenzio. Non a caso un autorevole ex giudice ha osservato che la posizione di Cherie potrebbe essere attaccata sul piano giudiziario. Non a caso il libro in cui Sir Christopher Meyer, già ambasciatore a Washington, spiattella ogni particolare di quell’ esperienza è giudicato di cattivo gusto dai suoi colleghi del Foreign Office. Si potrebbe forse restituire alla politica una certa dignità – e persino l’ onore – con il rifiuto attivo di passare per il confessionale. In questo senso può forse essere d’ aiuto una revisione ben ponderata delle norme sulla privacy, che dovrebbero essere adottate e interiorizzate dai soggetti più esposti al giudizio del pubblico. Più in generale, dovremmo forse chiederci se veramente il massimo della trasparenza sia sempre un bene per la democrazia, indipendentemente da quanto può apparire più o meno corretto al nostro intuito. Guarda caso, le istituzioni nelle quali i cittadini ripongono la maggior fiducia – l’ apparato giudiziario, la professione medica, le forze armate e la polizia – sono anche quelle che riescono a mantenere in certo grado di riservatezza. Traduzione di Elisabetta Horvat – Anthony Giddens


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