La ricetta di Blair per vincere in Italia

Ripubblico un articolo dell’ex spin doctor di Blair del settembre 2007. Consigli per i prossimi anni…

La ricetta di blair per vincere in Italia
Repubblica — 21 settembre 2007   pagina 31   sezione: CULTURA

Pensando al futuro, Walter Veltroni ed altri aspiranti leader del nuovo Partito Democratico saranno certo tentati, saggiamente, di guardare al passato e trarre insegnamento dai successi e dagli insuccessi delle precedenti iniziative volte alla modernizzazione e al cambiamento politico in chiave progressista. Buona parte dei media britannici , notoriamente volubili, ama dipingere Tony Blair in termini ampiamente negativi. Ma chi ha più sensata capacità di giudizio, come Veltroni, sa che Blair ha preso in mano un partito perdente e lo ha trasformato in un partito vincente, che si è adattato rapidamente al potere, usando quel potere per realizzare importanti cambiamenti sulla base dei valori che lui stesso e il Partito Laburista hanno sempre sostenuto. Ricordo che la mattina dopo la sconfitta del Labour alle elezioni del 1992 un giornalista oggi scomparso mi disse che se non avevamo saputo vincere in quelle circostanze non ci saremmo mai più riusciti. Cinque anni dopo fummo eletti con una valanga di voti al di là delle previsioni di qualunque esterno al partito e di quanto osassero immaginare gli interni. Siamo al potere da allora. Oggi Gordon Brown è in buona posizione per portarci ad un quarto mandato di governo ed è il partito conservatore, un tempo potente, che fatica ad adattarsi al paesaggio politico moderno. – I paralleli tra le diverse politiche di diversi paesi non sono mai esatti, ma sapere come abbiamo fatto ad ottenere questo risultato potrebbe essere d’ aiuto al nuovo raggruppamento di centro sinistra italiano. “New Labour, New Britain”. Lo slogan risultò efficace perché nasceva direttamente dalla strategia che perseguivamo – modernizzare il partito, i suoi programmi, l’ essenza e i modi della politica, dimostrando di aver appreso le lezioni del passato e persuadendo il paese che il cambiamento era reale e che eravamo credibili nella nostra determinazione a modernizzare la Gran Bretagna. Ogni organizzazione dovrebbe tenere a mente tre aspetti collegati ma distinti della sua azione. Obiettivo. Strategia. Tattica. In politica e stando all’ opposizione in particolare, l’ obiettivo è semplice. E’ lo scopo del tutto nobile di conquistare il potere, perché senza il potere si hanno a disposizione solo le parole, non le azioni che possono migliorare la vita delle persone. La strategia è la parte più difficile, fondamentalmente la più importante. Esige decisioni faticose, spesso dolorose, per selezionare quello che conta davvero. Esige autorevolezza nel formulare le scelte difficili e nel persuadere le persone ad affrontarle, argomentandole. Esige sinergia e impegno da parte di tutti a sottoscrivere la strategia concordata e a metterla in atto in maniera disciplinata e unita. ciò è particolarmente importante nel momento in cui politici e partiti devono comunicare la realtà del loro messaggio attraverso dei media dotati di maggiori dimensioni e risonanza, più capricciosi e più pronti alla critica, il cui impatto sul dibattito politico tende a farsi più negativo anziché positivo. Alla maggior risonanza e volubilità dell’ ambiente mediatico deve corrispondere una maggior chiarezza e un maggior rigore della strategia e dei messaggi strategici. New Labour, New Britain, se non avesse avuto allora questi fondamentali requisiti in puri termini di comunicazione, non avrei voluto ascoltarlo. Uno slogan è più di uno strumento di mobilitazione. E’ il nucleo di una strategia, o almeno così dovrebbe essere. Troppi politici europei parlano una lingua diversa dai loro elettori, la lingua dell’ élite, non la lingua della gente. Ma l’ interlocutore principale non è la classe politica, né i media, bensì l’ opinione pubblica. Il lato negativo dei media di oggi è che sono cresciuti a dimensioni quasi inimmaginabili. Il lato positivo è che data la loro portata e risonanza c’ è sempre la possibilità di far arrivare un messaggio. La strategia diventa allora il mezzo per dipingere, nel tempo, un’ immagine che arrivi al pubblico. La tattica equivale all’ espressione della strategia giorno dopo giorno. In questo i politici e i loro collaboratori devono essere in anticipo sui media, più abili nel dar forma al messaggio, più creativi nelle idee. La chiarezza nella strategia consente di essere infinitamente creativi e flessibili nella tattica. Per un certo periodo di tempo risultavamo innocui agli occhi dei media, che consideravano il nostro approccio più moderno ai rapporti con la stampa una voce importante del capitolo modernizzazione. Ma quando andammo al potere si resero conto all’ improvviso che in realtà eravamo noi a stabilire le priorità nel dibattito pubblico, compito che pensavano fosse il loro. Aggiungete una gran quantità di decisioni difficili e controverse, in particolare, ma non solo, sull’ Iraq, metteteci gli inevitabili stress e scandali della vita al vertice e andrete incontro a qualche disillusione. Ma vale la pena di ricordare che anche dopo l’ Iraq Tony Blair ha portato il Labour talla terza vittoria consecutiva alle urne e ha lasciato Gordon Brown in buona posizione per una quarta. Ovviamente sono le decisioni politiche e il loro impatto a decidere la vittoria o la sconfitta dei governi. Il buon andamento dell’ economia britannica è più importante di qualsiasi comunicato a riguardo. Si traduce in occupazione, tenore di vita, benessere. Analogamente il dibattito sui servizi pubblici come sanità, istruzione, e sulla lotta alla criminalità è talvolta soffocato dalla spietata negatività dei media. Ma la gente ha abbastanza buon senso da farsi un’ idea propria, più equilibrata, in parte vedendo i nuovi ospedali, più polizia in strada, e la fine delle condizioni primitive in cui molti dei bambini ai tempi della Thatcher andavano a scuola, ma soprattutto in base alle loro esperienze dirette. Non tutte positive, forse, ma neppure tutte negative come a volte vorrebbero dare a intendere i media. La gente sa che i politici sono capaci di raccontare fandonie, ma sa anche che i media moderni non sono da meno. L’ opinione pubblica è diventata più smaliziata, sa distinguere quello che conta da quello che non conta. Se la gente credesse davvero che i media britannici danno l’ immagine esatta del paese e della sua politica il Labour sarebbe fortunato ad arrivare alle due cifre nei sondaggi. che indicazioni trarne per la politica italiana? Con la presenza di Silvio Berlusconi così dominante nei media e prominente in politica, si sarà a volte tentati di dare alla questione dei media ancor più peso nel dibattito politico rispetto a quanto accade in Gran Bretagna. Ma in fin dei conti non si tratta dei media, si tratta del verdetto politico e strategico che si riceve. Bisogna vedere se la gente nel tempo si fa un’ idea chiara di un progetto politico che la riguarda da vicino. Troppi partiti di centro sinistra in passato hanno limitato il dibattito al loro interno, escludendo la gente. La chiave è rendere i dibattiti che si sviluppano nel nuovo partito di interesse per la gente, per i non addetti ai lavori, e non solo fonte di infinito fascino e introspezione per la ristretta cerchia della classe politica. Se fossi Veltroni, o chi sarà alla guida del nuovo partito, lo scriverei nero su bianco: Obiettivo: facile. Strategia: concentrarsi sulle questioni strategiche importanti conquistando consenso politico e sostegno alla loro realizzazione. Tattica: studiare il modo di comunicare adeguatamente al pubblico la strategia e le sue implicazioni politiche. Servono comunque fortuna, tenuta e flessibilità, nonché condizioni favorevoli. Ma è solo concentrandosi sulla strategia e sul lungo termine che si possono prendere le decisioni giuste giorno per giorno, nel gestire il rapporto con i media. Si tratta della lente attraverso cui la gente guarda la politica. Se la lente è creata dai media o dagli avversari politici non sarà quella desiderata. Createne quindi una vostra, e non smettete mai di graduarla. Esistono certamente anche motivi di ottimismo se si pensa che Berlusconi non aveva in mano solo le leve della politica del paese ma anche quelle dei media (queste ultime usate a dire il vero per ottenere le prime) ma ha finito per perdere contro un leader e una coalizione politica fin troppo inclini a consentire voci fuori dal coro e un messaggio confuso. così se fossi Veltroni, consapevole, come sono, del suo desiderio di modernizzazione e del suo apprezzamento per l’ approccio che fu di Blair e di Clinton alla politica progressista, guarderei al futuro con notevole fiducia. In un certo senso il Partito Democratico rappresenta uno dei capitoli conclusivi della storia di una politica comunista-socialista finita in una spaccatura che è stata d’ ostacolo a un più lungo e più stabile governo di centro sinistra negli anni del dopoguerra. La strategia politica, per essere vincente, deve essere fondata sulla vita e sul modo di pensare della gente, o quantomeno vicina alla gente. Un partito che comprende questo concetto, vi resta fedele e opera costantemente tenendolo a mente, non solo mieterà maggiori successi all’ opposizione, ma anche nell’ esercizio del potere. Traduzione di Emilia Benghi – ALASTAIR CAMBELL


One thought on “La ricetta di Blair per vincere in Italia

  1. è vero che la trasformazione del partito laburista in new labour ad opera di blair, campbell, gould può richiamare la transizione verso il centro cui ds e margherita hanno dato vita unendosi nel pd, ma ancor più vero è che il contesto politico e la storia del sistema partitico britannici sono profondamente diversi dal quelli italiani.
    il new labour ha aspettato 3 anni prima di conquistare downing street. certo l’opera di blair è stata importante ma come si può non dire che sia stata favorita dalla domanda di cambiamento degli elettori (reduci da un decennio conservatore) e dall’opaca immagine di major?
    quanto all’italia, un’ipotetica affermazione del pd lontana nel tempo tra i 3 e i 5 anni quanto sarebbe da leggersi come tassello finale di un riposizionamento e quanto come semplice continuazione di quella democrazia dell’alternanza che caratterizza la seconda repubblica? io do più peso al secondo fattore…

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