Happy Washington

di Enrico Pedemonte
Un tempo la città più noiosa d’America, D. C. si è trasformata in capitale della cultura. Dal museo delle news a quello degli indiani. Attorno ai palazzi della politica fioriscono i locali del divertimento. E il suo tessuto urbano si rinnova. Ma resistono sacche di emarginazione della popolazione nera

Di giorno li potete trovare al Café Milano, vestiti in modo impeccabile nel più formale dei ristoranti di Georgetown, il quartiere della Washington chic. La sera invece i lobbisti si travestono, ma è facile rintracciarli nei localini jazz dell’U Street Corridor o nei ristoranti etnici nati di recente su H Street, a nord-est. “È proprio il boom dei lobbisti e dei traffici che ruotano intorno al Congresso a rendere la città più divertente”, dice una battuta che circola tra le migliaia di diplomatici che popolano la città.

Gli abitanti di Washington hanno sempre avuto il complesso della città noiosa, tutta monumenti e politica, faccendieri e corruzione, ma il clima della capitale sta cambiando e forse è proprio la crescita del mercato legato all’attività legislativa la prima causa della trasformazione. Nell’era Bush il numero totale dei lobbisti è quasi triplicato, oggi supera le 20 mila unità, e le lobby ufficialmente registrate al Congresso sono ormai quasi 4 mila. Così a Washington oggi i faccendieri cominciano a giocare il ruolo che gli operatori di Wall Street hanno da anni a New York. Sono giovani e colti, hanno il portafoglio pieno e la voglia di divertirsi: un esercito di consumatori dai gusti sofisticati che va a ingrossare le truppe dei funzionari delle ambasciate e degli organismi internazionali, per non parlare degli intellettuali che popolano i think tanks della capitale e le centinaia di organizzazioni politico-culturali che a Washington hanno sede.

Basta andare a Chinatown, nelle strade che circondano il Verizon Center, per vedere questo variegato mondo di burocrati e maître-à-penser nel momento del relax. Il Verizon Center è il simbolo della città che cambia: è uno stadio dove giocano i campioni di hockey del Washington Capitol, i cestisti del Washington Wizards, i ragazzi della Georgetown University e le donne del Washington Mystics. Qui ogni settimana si esibiscono le grandi star dello spettacolo e negli ultimi anni si sono svolti storici concerti di Madonna e Britney Spears, di Shakira e Jennifer Lopez. Quando il Verizon Center fu inaugurato, alla fine del 1997, la città di Washington stava uscendo dalla bancarotta, e quello fu il primo spiraglio di luce. In pochi mesi Chinatown divenne irriconoscibile: nacquero nuovi ristoranti e locali notturni, gli affitti schizzarono alle stelle, molti cinesi furono espulsi dal quartiere. Quel monumento all’entertainment fu la dimostrazione che il mercato della politica, con tutta la sua corte di portaborse e consulenti, trafficanti e scrittori, aveva raggiunto la massa critica per sostenere una vera economia del divertimento come a New York e Toronto, Londra e Los Angeles. Oggi la chiamano operazione ‘Creative DC’, ed è il progetto per costruire una ‘Washington creativa’ secondo i dettami del sociologo Richard Florida. Ma la strategia è partita un decennio fa con una semina di investimenti destinati a trasformare la noiosa città monumentale in una vibrante capitale della cultura.

Così negli ultimi anni l’immensa Mall, dove si affacciano i prestigiosi musei nazionali, ha cambiato faccia. Ha cominciato l’American Indian Museum, inaugurato tre anni fa per celebrare la tradizione culturale degli indiani: fu fatto a pezzi dalla critica, accusato di non fare conti con la tragedia dello sterminio degli indiani, ma ugualmente attrae milioni di visitatori per la sua divertente spettacolarità.

Dopo il Museo degli indiani è stata la volta di due grandi istituzioni come la National Portrait Gallery e l’American Art Museum, riaperte dopo sei anni di lavori. Poi nel Penn Quarter, non distante dal Verizon Center, è stato inaugurato l’International Spy Museum, grazie a 40 milioni di dollari di investimenti privati: in poco tempo è diventato uno dei punti di attrazione della capitale. Prima di entrare dovete memorizzare la vostra nuova identità di spia, nome, età, luogo di nascita, perché i guardiani del museo, fingendosi agenti dell’Fbi, potrebbero fermarvi per un controllo.

L’ultima novità di Washington si chiama Newseum, il nuovo museo dell’informazione, inaugurato l’11 aprile. Per capire di che cosa si tratta bisogna salire al quinto piano di questo palazzo di vetro e uscire sulla grande terrazza che si affaccia su Capitol Hill, quasi fosse una finestra sul Potere. Il direttore Charles Overby, che ci accompagna nella visita, ci spiega che il museo è stato concepito come una metafora della libertà. Una parte della facciata è coperta da una tavola di marmo che sembra una vecchia lastra tipografica su cui è impresso il primo emendamento alla Costituzione americana, quello che garantisce la libertà di stampa. Accanto, in un’ampia apertura della vetrata, si intravede l’immensa Hall of News, il salone delle notizie, dal cui soffitto cala uno schermo luminoso dieci metri per sei, dove le notizie dal mondo vengono continuamente aggiornate. Dentro, attraversando 14 padiglioni, si incontrano decine di video che mostrano le prime pagine aggiornate dei giornali più importanti della Terra, giochini high tech per addestrare giornalisti in erba e un ampio frammento del muro di Berlino, importato intero dalla Germania, con la facciata occidentale allegramente decorata con murales, simbolo di libertà, e quella orientale grigia come la dittatura. Un pannello divide gli Stati in tre categorie, quelli liberi, quelli non liberi e quelli così così: Russia e Nicaragua compaiono nello stesso gruppo di Birmania e Corea del Nord.

Anche i grandi templi dello spettacolo stanno fiorendo. A ottobre è stata inaugurata la Sidney Harman Hall, il nuovo teatro della Shakespeare Theatre Company, costato 89 milioni di dollari, in pieno Penn Quarter. Si tratta di un gioiello di architettura con una sala da 775 posti progettata dall’architetto Jack Diamond e celebrata per la sua acustica. A volere la nuova espansione è stato Michael Kahn, direttore artistico della compagnia teatrale, convinto che le nuove iniziative che si stanno moltiplicando in città siano in grado di catalizzare una nuova offerta culturale nella nuova Washington. Anche il Kennedy Center, il più importante complesso teatrale degli Stati Uniti, è stato ingrandito.

Recentemente l”Economist’ ha scritto che George Bush, che è tutto fuorché un uomo di cultura, ha favorito la crescita culturale della città che oggi può essere definita la ‘Capitale degli intellettuali’. Grazie al clima settario stimolato da Bush, si sono moltiplicati i finanziamenti ai think tank, gli istituti di ricerca politico-culturale che sono diventati sempre più affollati di studiosi, ricchi di finanziamenti e sempre più strumenti di lotta partigiana. Kathy Pettit, analista dell’Urban Institute, dice che l’arrivo di migliaia di ricercatori è stato facilitato dal fatto che Washington sta diventando un posto più divertente da vivere. Ma è vero anche il contrario. Un’economia cittadina basata sulle idee fa crescere il mercato del divertimento. Il risultato è una città dove la popolazione cresce (e supera quota 600 mila), i posti di lavoro ben pagati si moltiplicano, ma paradossalmente i problemi sociali aumentano: gli abitanti al di sotto della soglia di povertà sono al 20 per cento, mentre nel 2000 erano al 15. Kathy Pettit mostra quello che sta accadendo sullo schermo del computer del suo ufficio, dove la mappa della città è colorata in base al colore degli abitanti che vivono in ogni isolato. La divisione tra bianchi e neri è netta, ieri come oggi.

Ma il confine si sta spostando: “Nel 2000 la linea era intorno alla 16esima strada. Ora si muove a est, un fenomeno che si vede molto bene nelle zone dello U Street Corridor e dello H Street Corridor”. Sono le zone che stanno diventando di moda, quelle dove la sera i giovani ricchi si incontrano nei nuovi ristoranti e nelle sale jazz. Qui gli affitti salgono, e i neri devono andarsene verso quartieri più poveri, come Anacostia e Deanwood, dove la sera è meglio non circolare. Oppure migrano altrove: negli ultimi cinque anni il 10 per cento dei neri se ne è andato dalla città, chi in Maryland, chi in Virginia, espulso dai prezzi alti e dalla mancanza di lavoro. Washington cambia, diventa una città sempre più divertente ma per i neri, che pure qui sono ancora il 58 per cento, non c’è posto.
(07 maggio 2008)


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