Elezioni e appartenenze: la vittoria dei contenitori

Da http://www.corriere.it una analisi di Giuseppe De Rita

In una campagna elettorale per il momento deludente c’è un aspetto che non è stato adeguatamente messo a fuoco: nelle nostre vicende sociopolitiche il fattore appartenenza sta irrevocabilmente vincendo sul fattore identità.
Molte formazioni a lungo identitarie tendono infatti a intrupparsi in appartenenze di più tenue caratterizzazione. L’identità radicale, forse per anni la più marcata, si stempera in una potente lista elettorale sposandone le proposte più lontane dalla propria storia; l’identità post-fascista, che pure ha attraversato l’Italia degli ultimi sessanta anni, si scioglie in un grande raggruppamento di destra, fatalmente populista e un po’ generico; l’identità socialista, storicamente ancora più pesante, rischia di scomparire dalla scena se non entra nel Partito democratico. E mette conto di ricordare che in quest’ultimo sono confluite, alla faticosa ricerca di una più ampia appartenenza, i resti delle due grandi identità politiche (comunista e democristiana) che hanno fatto la storia collettiva del Paese.

Tutti nei grandi contenitori, l’identità resta un residuo del passato: non più brand competitivo ma brandello d’immagine. Quando non degrada ad arma contrattuale: si rivendica spesso un’identità per rivendicare un peso (anche di candidati) ma l’appartenenza è fuori discussione. Perché è l’appartenenza, e solo lei, il fattore che tiene insieme i pezzi.

Il crescente primato dell’appartenenza sull’identità è molto più serio di una strategia elettorale, ha anche valenza politica e riscontro sociale. Se si pensa alla valenza politica è quasi banale dire che la condensazione cui stiamo assistendo (pochi partiti e, se possibile, grandi) rispecchia da un lato la stanchezza di tutti, anche dei protagonisti, verso la frammentazione partitica generata da sempre più residuali identità collettive; ma ancor più rispecchia l’obbligata onnicomprensività (l’et et) cui deve obbedire ogni grande contenitore che voglia corrispondere alle domande (o ai disagi) degli elettori. Ma anche nella realtà sociale dobbiamo constatare il primato dell’appartenenza sull’identità. Si pensi ai due estremi delle strutture di rappresentanza: da una parte i grandi sindacati sviluppano strategie e connotazioni di grande appartenenza (la cosa è visibilissima nelle realtà locali e specialmente nella Cisl); dall’altra, le grandi centrali datoriali o si condensano in più ampie appartenenze (la concentrazione delle rappresentanze assicurative e finanziarie) oppure, come nella rappresentanza industriale, valgono più i circuiti di appartenenza confederale che gli interessi e i comportamenti che fanno l’identità industriale, individuale o collettiva che sia.

Dobbiamo tutti renderci conto che nella nostra società dominano le appartenenze: quelle elettorali, quelle politiche, quelle sociali, e anche quelle di quotidiana vita collettiva, (di cui la faccia buona è il volontariato, quella cattiva sono le bande urbane senza nessuna aspirazione identitaria, neppure di tifo calcistico o di razzismo celtico). Se non ce ne renderemo conto, dovremo aspettare che cresca una nuova classe dirigente temprata dalla prassi dell’appartenenza; se invece qualcuno capirà prima è possibile che le prossime elezioni possano essere vinte da chi si proporrà, con più forza di convincimento, come «grande appartenenza ».


One thought on “Elezioni e appartenenze: la vittoria dei contenitori

  1. ma quanto potranno durare nel tempo contenitori così compositi al loro interno? il pd, a mio modo di vedere più disomogeneo del pdl, quanto camminerà con la sua composizione attuale? vada per l’idv, ma un’alleanza duratura coi radicali proprio non me la vedo. e questo a prescindere dalle polemiche degli ultimi 2 giorni relative alle liste…e senza radicali e con la componente ex-dl sempre più sugli scudi non sarebbe neanche da escludere (sul medio termine) un’alleanza con la componente post-democristiana che ora si dice centrista (i vari casini, tabacci, baccini…gente che ci ha abituato al trasformismo)

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