Anche fare il volontario è un lavoro

Su Repubblica un bell’articolo che racconta il lavoro di volontario per Obama in Texas.

Per leggere l’articolo completo:

Di seguito un estratto dall’articolo pubblicato su http://www.repubblica.it :

AUSTIN (TEXAS) – Nome, cognome, numero di cellulare per tenersi in contatto. E quello di casa, in caso di emergenze. “Sei del Texas o vieni da fuori?”. “Da fuori”. “Fantastico, grazie per essere venuto fin qui. Segui quella signora, laggiù, agli ascensori”. Negli ultimi due giorni, solo a Austin siamo arrivati in mille, moltissimi dalla California, per dare una mano, e il caos è sovrano: perché ognuno di noi deve essere catechizzato, smistato, gestito, affibbiato a un Field Organizer, un caposquadra, che ci assegnerà i compiti (…) E poi i telefoni che squillano in continuazione, i manifesti che si staccano dai muri e bisogna riattaccarli, e le mappe di Google con le indicazioni dei quartieri da prendere d’assalto, che passano di mano in mano. “Sei qui per il corso? Al piano di sopra”.

Il corso è una sfilza di indicazioni, consigli e regole concentrata in mezz’ora. Primo, il “che fare”: “Sabato e domenica, telefonate e porta-a-porta, lunedì ancora telefonate, ancora porta-a-porta, e visibility, cioè farsi vedere e parlare con la gente in alcune zone-chiave della città. “Martedì, presidio ai seggi, ultime telefonate e ultimo porta-a-porta, e molta visibility; ma attenzione a restare a distanza di sicurezza, almeno 30 metri dai seggi. Alle 7 chiudono le urne dappertutto meno che nell’area di El Paso, dove c’è un fuso orario diverso, quindi chi sta ai telefoni concentrerà tutte le chiamate sul Texas occidentale”.

Le telefonate, ci spiegano, sono una parte cruciale del lavoro. Tra Texas, Ohio, Rhode Island e Vermont, vale a dire i quattro Stati dove si vota martedì, l’obiettivo prefissato è di farne un milione.

Ma quanto valgono sul mercato elettorale un milione di telefonate? Ce lo spiega Adele, che ha il compito di catechizzare i neofiti: “Dalle nostre statistiche, risulta che in media si conquista un voto ogni 100 telefonate”. Il che significa che in mezzo a questa Babele di numeri telefonici ci sono circa 10mila voti da strappare. E poi non ci sono solo le telefonate. C’è il porta-a-porta, che qui si chiama canvassing. Ancora Adele, ancora statistiche: “Un voto guadagnato ogni 14 contatti visivi”. Già si ragiona meglio. Solo che il sistema è molto più lento. E se 100 telefonate – cioè portare a casa uno, massimo due voti – sono un’impresa, cento contatti visivi in una giornata te li scordi. Perché Juanita è fuori casa, Caren ti ha visto dallo spioncino e non apre la porta, e John ti congeda alla svelta dicendoti, magari solo perché non vuole scocciatori, che non ha intenzione di votare (e questo come contatto visivo non conta). E allora, gambe in spalla e avanti al prossimo campanello.

Che naturalmente non è affatto il prossimo, ma come niente sta duecento metri più in là. Perché fare il canvassing non è come infilare la pubblicità del supermercato sui tergicristalli o nelle buche delle lettere (per inciso: le cassette della posta qui sono sacre, infilare materiale propagandistico è un reato federale. Quindi guai a chi le tocca e “se devi lasciare un volantino appendilo alla maniglia”). Il porta-a-porta è una scienza. Non parli al primo che incontri per strada, quello si fa con il volantinaggio, che è tutt’altra cosa. Il porta-a-porta è seguire alla lettera una lista di persone da contattare, nome cognome età e indirizzo: i prescelti sono quelli che quattro anni fa hanno votato per le primarie democratiche. Per cui su una strada con cinquanta villette devi far visita solo a quelle indicate sulla lista, che quando va bene sono sei o sette.

In tre veniamo spediti in periferia, verso ovest, in un suburbio che a giudicare dalle case è di borghesia medio-bassa. Cathy, la nostra caposquadra, è preoccupata perché finora le sono arrivati solo volontari anziani, che si stancano presto. Spetta a noi farle tornare il buonumore, cosa che – nonostante i frequenti dinieghi, le case dove non c’è nessuno e la scoperta che molte delle nostre “prede” sono emigrati altrove per andare al college – riusciamo a fare con discerto successo. Il giro dura quasi tutto il pomeriggio, ma alla fine abbiamo “spazzato” il quartiere. Qualcuno ci ha pure dato retta: in particolare, spero di aver fatto presa su un signore sulla cinquantina, uno che sostiene di essere in dubbio tra McCain e Hillary (qui puoi scegliere a quale primaria partecipare) perché è preoccupato per la sicurezza nazionale, ma che è contrario alla guerra in Iraq: “Beh – azzardo – tra tutti i candidati ce n’è uno solo che era contrario alla guerra fin dall’inizio: Obama. E diciamolo, invadere l’Iraq non ha certo giovato alla nostra sicurezza nazionale”. Ha detto che ci avrebbe pensato. Avanti alla prossima casa, fino alla fine della lista.

Il lato positivo è che a dividerci strada per strada la mappa del Texas, uno Stato grande come Italia e Spagna messe assieme, siamo più di 50mila persone. Le istruzioni che riceviamo sono sempre le stesse: “Essere gentili, se è il caso chiedere scusa per il disturbo, invitare a votare e rendersi disponibili per qualsiasi chiarimento, sia esso tecnico-burocratico o su questioni politiche. E se vi capita di trovarvi di fronte a una domanda di cui non conoscete la risposta, poco male: dire “mi spiace, ma non le so rispondere, se vuole la faccio richiamare da qualcuno che ne sa più di me” non è un reato, ed è preferibile che perdersi in risposte confuse”. Il suggerimento è di fare mente locale e trovare un paio di temi su cui ci si sente più forti, esempi da usare come una sorta di storia personale, del tipo “questo è quello che mi ha fatto scegliere Obama”. E infine, la regola fondamentale: mai prendere qualcuno di petto, mai trasformare il colloquio in una lite e mai e poi mai parlar male della concorrenza. “Perché ricordatelo sempre: la nostra parola d’ordine è “rispetto””.


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