Zapatero – Il mio diario da candidato

Il mio diario da candidato
Repubblica — 22 febbraio 2008   pagina 40   sezione: POLITICA ESTERA

Il primo appuntamento è alla Moncloa. Un martedì. A mezzogiorno. Nel suo ufficio. E la prima cosa che colpisce è il silenzio, il vuoto. Zapatero non c’ è, non è ancora arrivato, e i giornali del mattino sono ancora intatti sulla scrivania. Non è logico che a quest’ ora il presidente del Consiglio non abbia dato neppure una scorsa alla stampa. Dunque, la conclusione ovvia è che Zapatero non usa più quest’ ufficio. «Succede a tutti», risponde la voce di uno che sa ciò che dice. «E’ il primo segnale della sindrome della Moncloa: disertare quest’ ufficio, al primo piano dell’ edificio del Consiglio dei ministri; quasi sempre preferiscono lavorare nell’ altro, al pianterreno del Palacio. Lì il presidente può stare a suo agio, senza badare alle forme, al riparo dagli sguardi». E perché non farla lì, l’ intervista? Impossibile, Sonsoles non lo ammette. Difende la sua intimità. Oltre quegli alberi laggiù c’ è la sua abitazione; di lì non si passa. Nell’ ufficio, due foto incorniciate d’ argento: una del re, l’ altra del principe, entrambe con dedica. Quella di Juan Carlos: «Col mio personale affetto»; e quella di Don Felipe: «In ricordo del nostro interessante e cordiale incontro». Non sembra che la monarchia si allarghi molto in fatto di dediche. C’ è anche una foto di Sonsoles Espinosa con le due bimbe, Laura e Alba, che ora dovrebbero avere sui 12 e 10 anni. Zapatero si avvicina a grandi falcate attraverso il giardino. Si è colpiti dal suo passo, ma più ancora dal fatto che compare da solo. Nei giorni successivi sarà sempre accompagnato, circondato da gente pronta a offrirgli un caffè, un bicchier d’ acqua, una stretta di mano, un sorriso, un Rioja, un Ribera del Duero, un libro con dedica, il consiglio di chi ha già esplorato il percorso: da questa parte, presidente, attenzione a quel gradino~ «Hola, Gertru». Zapatero entra sorridendo, e per prima cosa saluta la sua segretaria. Offre il caffè, e per sé chiede un bicchier d’ acqua: «Ho appena fatto una corsetta». Poi, per rompere il ghiaccio, racconta di aver telefonato a José Saramago per chiedergli notizie della sua salute; lo ha trovato bene. Il secondo appuntamento è a bordo di un Airbus 310 VIP delle forze aeree. Destinazione: Palma de Mallorca. Incontro con Angela Merkel. Zapatero, la vice presidente Fernandez de la Vega e cinque dei suoi ministri sono diretti, con un seguito di una sessantina di persone, al ventiquattresimo vertice ispano-tedesco. Il caccia che ha scortato l’ aereo del presidente inverte la rotta e l’ Airbus compie l’ atterraggio. Zapatero attende Angela Merkel all’ ingresso del municipio di Palma. Davanti all’ edificio di fronte, che ospita gli uffici della tesoreria generale della Previdenza sociale, alcune impiegate approfittano dell’ occasione per chiedere un aumento di stipendio. Gridano: «José Luis!», e con la mano fanno un gesto eloquente: più soldi! Il presidente risponde con un sorriso e una strizzatina d’ occhio, e subito le dimostranti lo ringraziano cambiando tono. «Eh, José Luis, quanto sei bello!» La mattinata se ne va in inni nazionali, sfilate, firme sui libri d’ onore e riunioni bilaterali. Un ministro bofonchia: «Queste riunioni non servono a niente. E’ tutto già stabilito e concordato. Si perde una mattinata intera per farsi una foto!» Carovana ufficiale, di ritorno verso l’ aereo. Ora l’ atmosfera è completamente diversa dal volo d’ andata: di rilassamento e stanchezza. Il presidente fa chiudere le tendina della saletta che condivide con la vice presidente e i cinque ministri. Il mattino seguente – venerdì – i ministri riuniti nella sala del Consiglio attendono che Zapatero concluda un’ intervista con un quotidiano gratuito. Segundo Martinez, capo della sicurezza del presidente, riassume il programma da qui al 9 marzo: 35.000 chilometri da percorrere, 29 città, dieci manifestazioni a Madrid, 18 interviste. Ecco infine Zapatero. Il Consiglio dei ministri può incominciare. Quando si conclude – non molto tempo dopo – alcuni ministri e i due più stretti collaboratori di Zapatero alla Moncloa, José Enrique Serrano e Nicolas Martinez-Fresno, si trattengono per un caffè e un pezzetto di tortilla. Zapatero se ne va. Solo. A piedi attraverso il giardino. A casa sua. Che abbia già iniziato il processo di introspezione? «Non credo. Io mi trovo molto bene. Mi sono buttato in pieno in questo lavoro, ma ho una visione ottimistica della vita, che ha molto a che fare con la mia stabilità personale. Vivo bene il mio privato, con mia moglie, le mie figlie, i miei amici. Un bagno d’ ossigeno permanente». Un altro bagno d’ ossigeno, lo trova ad Algeciras. Doveva prendere la parola entro le nove meno dieci di sera; se avesse tardato non sarebbe passato in tutti i telegiornali. Ma i discorsi introduttivi occupano più tempo del previsto, e Zapatero può incominciare a parlare solo tre minuti prima delle nove. Ma se c’ è una cosa che gli piace sono i comizi. Li prepara lì per lì, e si presenta in tribuna senza neppure un foglietto di appunti. «Mi piacciono molto i comizi. Ci si rende subito conto dell’ ambiente, dei temi che toccano il cuore. Le cose di cui la gente è convinta, o quelle su cui ha più dubbi. Sì, mi piacciono i comizi». Qui, ad Algeciras, Zapatero attinge alla migliore delle sue risorse per raccogliere a piene mani gli applausi della gente del sud: un omaggio a Felipe Gonzales. «Con Felipe – dice Zapatero – la Spagna ha detto addio alla tristezza~». E viene giù il Polisportivo. La comitiva arriva alla pista dell’ aeroporto di Jerez alle 22.30. Proprio in quel momento stanno scendendo i passeggeri di un volo di linea della Iberia appena arrivato da Madrid. La gente che scende dall’ aereo rimane a bocca aperta di fronte all’ inatteso spettacolo: macchine scure e blindate che invadono la pista, tizi alti e robusti vestiti impeccabilmente che saltano giù dalle auto con l’ auricolare all’ orecchio e il microfono sulla manica della camicia. E subito ecco il presidente del governo e il ministro dell’ Interno, e un piccolo aereo che se li ingoia tutti e decolla in un batter d’ occhio. Il giornalista gli chiede il motivo della sua tranquillità. è una cosa che lo lascia sorpreso fin dal primo giorno che è stato alla Moncloa. Nell’ entourage di Zapatero, nessuno sembra credere alla possibilità che Rajoy possa costringerlo a traslocare. «E lei, perché è tanto tranquillo?» « Perché puoi vincere solo se sei sicuro di vincere». Segundo Martinez, il capo della sicurezza di Zapatero, si avvicina al tavolo. «Sono preoccupato per il comizio di domani a San Sebastian». «Non ti preoccupare – gli risponde il ministro dell’ Interno Rubalcaba – sicuramente andrà tutto bene. Avete parlato con la Ertzaintza (la polizia della regione autonoma dei Paesi Baschi, ndt)?». «Sì, abbiamo parlato per tutta la sera». «Andrà tutto bene». «Ho paura che qualche radicale possa cercare di infiltrarsi nel comizio». è in quel momento che Zapatero, che sembrava pensare ad altro, entra nella conversazione. «Sai che ti dico, Segundo? Non mi importa se si mettono in mezzo. Ho una gran voglia di dirgli quattro cose in faccia, a questi qua». Alle 23.30, l’ aereo del presidente atterra alla base di Torrejon. Non c’ è tempo per il protocollo. Una stretta di mano e via all’ elicottero Superpuma, che lo lascerà alla Moncloa tra 20 minuti. Da Algeciras a San Sebastian, 1.111 chilometri e molto di più. L’ aereo permette di saltare da una realtà all’ altra nel tempo di una dormita. In Andalusia, essere consigliere socialista significa navigare col vento a favore, qui a Guipuzcoa – dove l’ aereo di Zapatero è appena atterrato e già ci sono otto macchine nere a bordo pista – vuol dire rischiare la pelle. Dall’ aeroporto di Hondarribia all’ edificio del Kursaal ci sono ertzainas (i poliziotti baschi) a tutti gli incroci, su tutti i tetti, sotto tutti i tombini. Otto macchine nere. E agenti con fucili e binocoli sui tetti. Zapatero chiacchiera per un po’ prima di uscire in scena. L’ immagine è significativa. Tutti sono in piedi, tranne Zapatero e Jesus Eguiguren – il capo dei negoziatori nelle trattative con l’ Eta – che rimangono seduti, come se il presidente del governo volesse avere nei suoi confronti un gesto di particolare sintonia, come se volesse simboleggiare di fronte ai suoi che il fallimento della trattativa con l’ Eta è attribuibile soltanto all’ Eta, non a una strategia sbagliata di Eguiguren o di quelli che lo hanno accompagnato agli incontri faccia a faccia con i terroristi. E qualche minuto dopo, durante il comizio, Zapatero traduce in parole quella scena intima e silenziosa. «Voglio che sia molto chiaro. C’ è un solo responsabile se oggi la pace non c’ è in Euskadi (i Paesi Baschi): l’ Eta e la sua follia criminale!». Il comizio finisce. Zapatero viene condotto verso i sotterranei del Kursaal, imponenti come l’ edificio stesso. Qui lo aspettano le otto macchine nere, già in moto, pronte a uscire in direzione dell’ aeroporto di Hondarribia. Zapatero controlla un messaggio sul cellulare. Un telefonino comune, coreano, né vecchio né nuovo. Ma nessuno dei suoi collaboratori più stretti saprebbe immaginare Zapatero senza questo attributo. Un telefonino con cui il presidente ha fatto un buco nella Moncloa, per poter entrare e uscire a suo piacimento senza muoversi da dove sta. Sonsoles Espinosa è appena arrivata nell’ ufficio di Zapatero a Ferraz, la sede del partito socialista. Il momento è molto simbolico. Per quattro anni – tra il 2000 e il 2004 – questo praticamente era l’ unico a posto in cui marito e moglie si incontravano tra il lunedì e il venerdì. Avevano dovuto lasciare Leon con due bambine piccolissime per trasferirsi a Madrid, appena dopo la vittoria di Zapatero al trentacinquesimo Congresso del Psoe. Affittarono una casa a Las Rozas, ma certo è che da quelle aperti il presidente si fermava solo quanto basta. Sonsoles Espinosa veniva qui a vederlo, ma la maggior parte del tempo lo passava a chiacchierare con Gertrudis, la segretaria, o con Angélica Rubio, una delle persone più vicine al presidente. Domenica 10 marzo, nella plaza de toros di Vista Alegre. Rodriguez Zapatero, in prima fila, accanto a Felipe Gonzalez, ricorda quei giorni di quattro anni prima. «Dal 20 febbraio al 10 marzo, quelli furono i giorni più emozionanti. Notavo una forza nei comizi, in piazza, mi accorgevo che il messaggio arrivava alla gente, che avrei vinto~ Me ne accorgevo sulla pelle. Tornavo dai comizi senza la minima fatica, con la voglia di farne un altro». Continua a vedere questa energia anche adesso, e dice anche che vede un partito sereno, come mai prima d’ ora. Salta sul palco e Felipe, dalla prima fila, lo applaude con forza. Lui lo ringrazia, chiedendo per lui gli applausi più grandi: «Con quello che la destra ha detto di Felipe, e ora vengono da tutta Europa a chiedergli la cortesia di dir loro che cosa pensa del futuro». La gente applaude, e Zapatero parte deciso a dare le parole d’ ordine. Quando tutto va bene, la destra non distribuisce i benefici. Quando le cose vanno male, non distribuisce i sacrifici. «Loro vogliono le cose come un tempo, ma io non rimarrò zitto di fronte a quelli che speculano sulla paura~». Quando il presidente finisce di parlare, gli cade in testa una pioggia di foglietti bianchi e rossi. Zapatero è tra i primi a uscire, accompagnato da Sonsoles, dal suo capo della sicurezza, dal suo assistente. La comitiva comprende anche un paramedico con defibrillatore a spalla e un agente con un inibitore d’ onde portatile per evitare attentati, e molti agenti che parlano con la bocca incollata al polsino della camicia. Zapatero sembra estraneo a tutto. Lo si vede felice, sudato, con l’ adrenalina a fior di pelle. Quando vede il giornalista – che oggi smetterà di essere la sua ombra – si ferma e si gira, gli tende la mano e gli chiede, sorridente: «Allora? Ti ho convinto?». (Copyright El Pais- la Repubblica/ Traduzione di Fabio Galimberti) – PABLO ORAZ MADRID


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