Le nuove regole della politica

La campagna permanente e le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente la comunicazione politica. Un’interessante commento di Karl Rove tratto da Wall Street Journal del 1 febbraio 2008.

LE NUOVE REGOLE DELLA POLITICA di KARL ROVE

Dopo le primarie in Florida e in molti altri Stati nel martedì elettorale appena trascorso, ci si rende conto che, per ottenere la nomination, ci sono alcune nuove regole da seguire, mentre per alcune già in vigore c’è stata una riconferma.

Tra le nuove regole segnaliamo:

Non c’è più il grande vantaggio. La vittoria fa crescere il candidato nei sondaggi, ma niente che assomigli a quello che avveniva in passato. Per esempio, nel 2000, il vantaggio di George W. Bush in South Carolina era a due cifre il giorno prima delle primarie nel New Hampshire e sensibilmente negativo il giorno dopo la sua sconfitta. Il fatto che quasi il 20% degli elettori cambi la propria preferenza da un giorno all’altro provoca terremoti. Questa volta abbiamo visto soltanto delle scossette.

Quest’anno John McCain ha vinto nel New Hampshire. Eppure il suo vantaggio è scomparso sette giorni dopo in Michigan; Mitt Romney era in testa in Michigan, ma questo non ha avuto praticamente alcun impatto sulla South Carolina. Nel 2008, vincere una primaria dà al candidato un piccolo vantaggio che dura per un tempo limitato.

La televisione non è rilevante come un tempo. Avviare la campagna con numerosi annunci televisivi non porta certo i benefici di una volta. Questa volta la campagna è stata così intensa, lunga e mirata sulla politica spicciola che la gente – soprattutto negli Stati in cui si vota per primi – si è formata un’opinione difficile poi da modificare, seppure con voluminose campagne pubblicitarie. Se ne è accorto Romney che ha speso 2.4 milioni di dollari in televisioni dello Iowa sin dal febbraio dell’anno scorso.

I votanti non danno credito alla pubblicità. I candidati potrebbero bloccare la pubblicità e affidarsi a incontri personali, a informazioni diffuse tramite social network e fonti alternative come interviste radiofoniche e Internet, ad articoli sui giornali locali. Quando il 5 febbraio ci vorranno 16 milioni di dollari per mandare in onda uno spot televisivo in ogni stato nel quale si vota, sarà davvero troppo costoso essere in onda contemporaneamente dappertutto.

L’ultima decade del ventesimo secolo ha visto il responsabile degli annunci televisivi come l’attore principale di una campagna presidenziale. La prima decade del ventunesimo secolo vede l’ascesa del direttore comunicazione e del portavoce alla stampa come la figura più importante dello staff presidenziale. Siamo nell’era di Internet, della TV via cavo, di YouTube, di cicli multipli di notizie giornaliere e della necessità di risposte davvero immediate. La pubblicità ed i pubblicitari sono ancora importanti – ma certamente assai meno di quanto non lo fossero alcuni anni fa.

La tecnologia consente ad un candidato di raccogliere contributi in modo rapido e senza spese. Internet riduce in modo sensibilissimo il gap tra successo politico e raccolta di contributi. Nel vecchio regime, i componenti del comitato finanziario cominciavano a telefonare pochi giorni dopo un dibattito di successo e a farsi mandare gli assegni per corriere. I riscontri postali potevano arrivare dopo 10 giorni. La ricerca di contributi richiedeva l’organizzazione di eventi annunciati con settimane di anticipo. Oggi, dopo un risultato positivo nel dibattito del martedì sera, si cominciano a raccogliere considerevoli somme di denaro sin dal mercoledì mattina. Per una efficace raccolta fondi è sufficiente un click del mouse.

I dibattiti sono un’ottima occasione per cominciare tardi e compensare mancanza di risorse e appoggi. Mike Huckabee è stato poco visibile per la maggior parte della campagna. Ma è un ottimo oratore, con uno straordinario senso dell’umorismo, che ha accorciato le distanze, soprattutto nel corso dei dibattiti, proprio quando gli attivisti e gli opinion leader del suo partito cominciavano a prestare attenzione prima del caucus in Iowa. Candidatosi con quattro soldi e con uno staff ridotto al punto da poter entrare tutto in un minivan, Huckabee ha usato le sue occasioni per impressionare fortemente i votanti, perlomeno quelli dello Iowa centrale e occidentale che vanno in chiesa.

Ma il fallimento di Huckabee al di fuori dello Iowa ci fa ricordare che alcune vecchie regole sono ancora valide. Quest’anno la stagione della nomination presidenziale ha visto influire in modo rilevante sulla competizione vecchie verità della politica.

Tra le vecchi regole ci sono:

Non basta rivolgersi a una parte sola del partito. Huckabee ha cavalcato l’onda evangelica e nello Iowa ha vinto. Ma poi non ha fatto niente per attirare non-evangelici. Per vincere, un candidato deve rivolgersi a più di un gruppo – anche se vasto come i social-conservatori.

In ciascun partito, il vincitore sarà chi riesce ad ottenere il sostegno del maggior numero possibile di componenti di quel partito. Essere forte soltanto in un paio di comunità non è sufficiente.

Adattarsi o soccombere. Talvolta non si riesce a condurre la campagna come si vorrebbe – ma se si è fortunati si conduce la campagna che serve. Il senatore McCain era ai primi posti tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007 – ma poi la sua campagna si è sfaldata. Sembrava ormai destinato al fallimento quando i suoi maggiori sostenitori lo hanno salvato eliminando chi sperperava i suoi soldi, facendogli condurre una campagna adeguata alle sue forze. Lo hanno costretto ad una campagna a lui molto sgradita, ma gli hanno fatto un favore, forzandolo a tornare nell’agone con una campagna stile guerriglia. Quel tipo di campagna lo aveva fatto vincere nel 2000 nel New Hampshire e lo stesso è successo questa volta.

Gli exit poll sbagliati influenzano i media. Nel giorno delle primarie, prima che chiudessero i seggi nel New Hampshire, gli exit poll assegnavano a McCain una comoda vittoria. Ho chiesto ad alcuni colleghi della stampa di quanti punti McCain dovesse superare Romney perché questi potesse considerarsi ancora in lizza. La maggior parte mi ha risposto 5 punti. La corsa è finita con un distacco appunto di 5 punti con McCain al 31% e Romney al 26%. Eppure, per quasi tutta la serata, mentre gli esperti informavano gli ascoltatori e i reporter predisponevano servizi, McCain aveva un vantaggio tra il 7 e il 10%, che si è ridotto solo quando si sono avuti i risultati delle comunità che vivono lungo i confini con il Massachusetts.

Come sarebbero stati i servizi se lo scarto fosse stato del 5% sin dall’inizio? Certamente Romney avrebbe avuto uno spazio molto maggiore e sarebbe stato tenuto in maggior considerazione.

Da qualche parte occorre vincere sin dall’inizio o posizionarsi estremamente vicino. L’originale strategia di Rudolf Giuliani è stata di ignorare i risultati delle prime sei sfide e vincere la settima. E’ accettabile evitare un paio dei primi Stati, ma restare fuori di più fa pensare ai votanti che il candidato si sente a disagio nella competizione. In politica, come nello sport, la vittoria si autoalimenta – e così la sconfitta.

Entrare in lizza molto dopo gli altri non funziona. Fred Thompson ha pensato di poter annunciare la sua discesa in campo tra i repubblicani quasi sei mesi dopo gli altri e vincere con una versione aggiornata della campagna di William McKinley – imperniata sulla propria personalità e sulla critica verso gli altri candidati. Ma non è possibile entrare tardi, lavorare meno degli altri e aspettarsi un immediato successo: la gente vuole vedere i candidati sudare lacrime e sangue per l’incarico più importante del mondo. Entrare tardi significa non avere sufficienti seguaci che, indipendentemente dal fascino della personalità e delle proposte, le rivoltano in vittoria.

I soldi non sono un sostituto della simpatia o del messaggio o di una grande attrattiva. Nella primavera scorsa, né il potere finanziario di McCain, né il vasto patrimonio personale di Romney, né gli straordinari blitz su Internet che hanno consentito al deputato Ron Paul di raccogliere cifre ingenti, hanno assicurato la vittoria. Anche se molto importante, raccogliere fondi non è sufficiente, ci vuole la politica.

Le idee sono ancora importanti. Sia i democratici sia i repubblicani partecipano a contese vivaci e, qualche volta, accese. La differenza è che i democratici fanno una brutta corsa che ha come sottotitoli razza e genere. La corsa dei repubblicani, invece, è un serio dibattito su idee serie. Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo visto uomini che rappresentano diverse componenti darsi battaglia. Qualche volta il dibattito può essere personalizzato – ma nella sostanza deve essere sulle idee piuttosto che sulle persone, cosa che non si può più dire della corsa democratica.

Ogni campagna insegna nuove lezioni, che solo in alcuni casi varranno anche per quelle successive. Tutti quelli che partecipano alle campagne sono alla costante ricerca di cose nuove da sperimentare e cose già fatte cui attenersi. Ma c’è una cosa che sempre valida: il processo di nomination è uno sforzo estenuante, che mette a dura prova il cuore e la mente dei candidati. Non c’è niente che assomigli allo stare sul palcoscenico giorno dopo giorno dopo giorno, dovendo resistere ad uno scrutinio intenso, attacchi fulminanti, critiche ingiuste. Non è facile, e quelli che entrano nell’arena meritano rispetto.

Di una cosa possiamo essere sicuri: i candidati che escono vittoriosi, possono anche non essere perfetti, ma sono da ammirare per il fegato e la grinta. E questo dovrebbe essere tenuto in considerazione.

Karl Rove è ex consulente senior e deputy chief dello staff di George W. Bush.


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