Il cinema della Casa Bianca

il cinema della casa bianca
Repubblica — 08 dicembre 2003 pagina 27 sezione: CULTURA

Il primo film americano che abbia avuto come soggetto il presidente degli Stati Uniti risale al 1908, e ritrae, in chiave assolutamente celebrativa, Abraham Lincoln. Il regista Phil Rosen scritturò per il ruolo Paul Logan, al quale chiese di assumere in ogni sequenza un atteggiamento mite e meditativo. Life of Abraham Lincoln venne seguito a distanza di pochi mesi da The assassination of Abraham Lincoln, e quindi da Abraham Lincoln’ s clemency, caratterizzati ancora una volta da un approccio assolutamente agiografico. Saggio, mite e consapevole di un destino di gloria ottenuto attraverso il sacrificio supremo, Lincoln lotta per l’ eguaglianza, la giustizia ed il perdono, e accetta la morte come un novello Cristo. John Wilkes Booth, che lo uccise sparandogli alle spalle mentre era a teatro, è raffigurato come Giuda, e l’ America è il paese in cui ogni difficoltà si trasforma in opportunità. Lincoln è scelto come modello anche nel quarto film in cui viene raffigurato un presidente, ma in questo caso l’ approccio rifiuta l’ iconografia, ed offre allo spettatore un affresco inquietante da un punto di vista ideologico quanto folgorante sul piano dell’ innovazione cinematografica: in Nascita di una nazione D. W. Griffith pone Lincoln al centro di una rilettura storica secondo cui «l’ aver portato africani in America ha piantato il primo seme di disunione», e chiede al suo aiuto regista Raoul Walsh di interpretare colui che gli tolse la vita. Si deve attendere sino al 1919 prima di vedere il ritratto di un altro presidente, ma il Wilson raffigurato in The great victory: Wilson or the Kaiser? appartiene già al genere propaganda, che negli anni a venire diventerà uno strumento formidabile nella mani degli spin doctors della Casa Bianca. Sin da questa prima serie di film si può leggere in filigrana il rapporto che Hollywood ha avuto perennemente con la politica americana, e grazie ad un saggio pubblicato recentemente negli Stati Uniti (Hollywood’ s White House, di Peter C. Rollins e John E. O’ Connor, Kentucky University Press, pagg. 441, dollari 32) è possibile comprendere i motivi per cui in particolari momenti storici il cinema abbia scelto di celebrare o criticare presidenti che hanno segnato un’ intera epoca con la propria personalità. Il rapporto con l’ istituzione suprema di una società orgogliosa della propria gioventù si è rivelato in molti casi ideologico: negli anni più critici dell’ era clintoniana, costellati dalla vicenda Lewinsky e da un logoramento continuo dell’ immagine del presidente, vennero distribuiti a distanza di pochi mesi The Contender e Tredici Giorni. Il primo, fortissimamente voluto da un finanziatore dichiarato del partito democratico come Spielberg, racconta il tentativo da parte di alcuni repubblicani di distruggere l’ immagine di una candidata alla vice-presidenza attraverso un presunto scandalo sessuale. Se la vicepresidente difende con orgoglio la propria privacy, rifiutandosi di confermare o negare le accuse, il presidente si rivela un eccellente oratore che utilizza il suo straordinario talento di manipolatore unicamente per il bene del proprio paese. Questa lettera d’ amore a Clinton venne seguita da Tredici giorni, messo in cantiere con l’ intento di celebrare uno dei momenti più drammatici della presidenza Kennedy, e, soprattutto, di ribaltare un’ immagine pubblica sulla quale mai come in quel periodo si erano accumulate ombre che andavano da presunti legami mafiosi ad inquietanti intrighi familiari, per non parlare degli inevitabili scandali sessuali. Il rapporto con il più mitizzato dei presidenti democratici del dopoguerra è un riferimento fondamentale per tutti coloro che coltivano aspirazioni politiche, e la fotografia diffusa dallo staff di Clinton, con il giovanissimo futuro presidente che stringe la mano a JFK, non è molto diversa da un’ immagine dei film di propaganda. Hollywood insegna che la raffigurazione dei padri della patria viene utilizzata in una chiave metaforica che sconfina nella sacralità: con poche eccezioni revisioniste o intimiste, Washington, Lincoln, Jefferson ed i due Roosevelt sono immortalati come detentori di verità o moralità assoluta. Non molto diverso il ritratto di Adams proposto da Spielberg in Amistad: l’ anziano presidente svolge un ruolo determinante sia da un punto di vista etico che giuridico per condannare definitivamente l’ abominio della schiavitù. Se l’ approccio disincantato e sarcastico divenne patrimonio del cinema hollywoodiano principalmente dagli anni Sessanta, i presidenti immaginari hanno subito una evoluzione sintomatica: dal populismo venato da elementi fascisti di Gabriel over the White House si è passati a scelte politicamente corrette (un presidente di colore guida la ricostruzione del pianeta dopo la distruzione causata da un asteroide in Deep Impact), o assolutamente ininfluenti sul piano politico. A distanza di pochi mesi, Hollywood ha proposto un presidente che sgomina da solo un attacco terrorista (Air Force One) e che guida un aereo da combattimento contro gli alieni (Indipendence Day), senza attribuire ai rispettivi ruoli alcun colore partitico, ed i riferimenti ideologici in film che vanno dalla commedia (Dave) alla satira (Wag the dog) rimangono nell’ ambito di una caratterizzazione assolutamente generica. Il testo di Rollins e O’ Connor analizza a fondo l’ uso della propaganda, differenziando i documentari girati durante le campagne elettorali con i film a tesi, e quelli ispirati da un autentico anelito ideale. Fu Teddy Roosevelt il primo ad intuire il potere del linguaggio delle immagini, ed il primo a dialogare con i mogul hollywoodiani per assicurarsi che gli antesignani dei notiziari filmati celebrassero l’ istituzione che rappresentava, e, ovviamente, se stesso: Roosevelt leaving the White House è un piccolo capolavoro di costruzione propagandistica che immortala un ritratto solenne e nello stesso tempo affettuosamente paterno. Se Frank Capra è tuttora il maestro insuperato delle opere caratterizzate da un forte anelito ideale, riflesso sul politico anonimo prima che sul presidente (ma Mr. Smith trova ispirazione proprio al Lincoln Memorial), Oliver Stone ha proposto a distanza di pochi anni una versione arbitraria dell’ omicidio Kennedy, nel quale coinvolgeva anche Lyndon Johnson, ma poi ha spiazzato coloro che si aspettavano un nuovo pamphlet con un ritratto di Richard Nixon segnato dalla pietà e per molti versi dall’ ammirazione. La caduta del più discusso presidente americano è stata oggetto di numerosi film, nei quali è stato il protagonista invisibile (Tutti gli uomini del presidente) o l’ oggetto di una satira implacabile (Dick, Secret Honor), sorte a cui non si sono sottratti gran parte dei presidenti repubblicani, a cominciare da Reagan, la cui presidenza scatena battute esilaranti per chi si trova a vivere improvvisamente negli anni Cinquanta in Ritorno al futuro. è segnato da un sincero patriottismo l’ approccio di Clint Eastwood, il quale Nel centro del mirino (di Wolfgang Petersen) celebra l’ abnegazione di una guardia del corpo che rischia la vita per proteggere il suo presidente, ma poi, in Absolute Power consegna un ritratto immorale dell’ inquilino della Casa Bianca, sottolineando come l’ istituzione debba essere preservata al di là di chi possa rappresentarla indegnamente. La nascita degli indipendenti ha cambiato drasticamente l’ atteggiamento del cinema americano nei confronti del potere politico, che nel periodo aureo di Hollywood aveva trovato un interlocutore privilegiato repubblicano in Louis B. Mayer e decisamente più liberal in Jack Warner. E’ a partire dagli anni Settanta che la politica è stata raccontata come il luogo in cui si perdono inevitabilmente anche i migliori ideali (Il Candidato), ed è sintomatico vedere come alla fine degli anni Novanta un liberal come Warren Beatty abbia ribaltato tale principio per giungere ad una conclusione disperata: la riscoperta degli ideali porta ineluttabilmente alla morte. Il film fu distribuito nello stesso anno in cui un altro regista di convinzioni democratiche come Mike Nichols realizzò Primary Colors, ritratto in filigrana di Bill Clinton. Se i due film possono essere letti come attestati di delusione da parte di cineasti di sinistra nei confronti dei propri rappresentanti al governo, assume certamente rilievo l’ indiscrezione hollywoodiana secondo la quale John Travolta avrebbe ammorbidito il ritratto del presidente in cambio di un suo impegno a favore di Scientology (nel film non c’ è alcuna traccia della relazione adulterina tra la first lady ed un personaggio riconducibile a Stephanopoulos su cui si dilunga il libro di Joe Klein). Il film ebbe meno successo del previsto, ma causò un’ enorme apprensione a Washington, che ribadì l’ imprescindibile attenzione della Casa Bianca nei confronti della settima arte. Rappresenta molto più che un divertissement la successiva decisione di Clinton di prestare il proprio volto ad una serie di sketches nei quali preparava il discorso di accettazione dell’ Oscar. – NEW YORK ANTONIO MONDA


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