Il discorso di addio di Blair

Dubita, esita, poi decidi
TONY BLAIR

Sono nato quasi un decennio dopo la seconda guerra mondiale.
Ero giovane durante la rivoluzione sociale degli anni ’60 e ’70.
Ho raggiunto la maturità politica quando la Guerra fredda stava giungendo al termine, e il mondo stava attrav e r s a n d o una rivoluzione politica, economica e tecnologica.
Fu allora che guardai al mio paese.
Un grande paese.
Con una storia meravigliosa. Delle magnifiche tradizioni. E l’orgoglio per il proprio passato. Ma con una strana incertezza – quasi retrò – per il proprio futuro. Tutti dati che curiosamente si potevano ritrovare nei simboli della sua politica.
O stavi dalla parte delle aspirazioni individuali, di coloro che volevano andare avanti con la propria vita, o sostenevi la compassione sociale e la solidarietà. I tuoi valori potevano essere liberali o conservatori. O credevi nel potere dello stato o negli sforzi dell’individuo.
Una maggiore spesa pubblica era la risposta al problema, o il problema stesso.
Niente di tutto ciò mi sembrava aver senso. Era un’ideologia da ventesimo secolo in un mondo che s’avvicinava al nuovo millennio.
È ovvio che la gente voglia il meglio per se stessa e per le proprie famiglie, ma in un’epoca in cui il capitale umano è la risorsa principale di un paese, la gente è altresì consapevole che è giusto e sensato estendere le opportunità, sviluppare il potenziale di successo, e farlo per tutti, non solo per un’élite.
La gente, oggi, ha la mente aperta su temi come l’etnia e la sessualità, è contraria ai pregiudizi, e tuttavia è profondamente e giustamente conservatrice con la “c” minuscola quando si tratta di buone maniere, di rispetto per gli altri e di trattare il prossimo con cortesia. Riconosce tanto il bisogno di uno stato quanto la responsabilità dell’individuo. Sa che la spesa per i servizi pubblici è importante, ma che non basta. È altrettanto importante come questi vengono gestiti e amministrati.
Ciò che ho dovuto imparare da primo ministro, tuttavia, era che cosa significasse davvero mettere il paese al primo posto. Prendere decisioni è difficile. Tutti ti dicono: ascolta la gente. Il problema è che la gente non è sempre d’accordo.
Quando sei all’opposizione, un gruppo ti dice: «Perché non fai questo?». Al che rispondi: «Davvero una buona domanda. Grazie». Se ne vanno dicendo: «Grandioso; ci ha davvero ascoltati». Incontri un altro gruppo e ti dice: «Perché non fai quello?». Al che rispondi: «Davvero una buona domanda. Grazie». E se ne vanno felici che tu gli abbia dato retta. Al governo bisogna dare risposte.
Non una risposta, la risposta. E col tempo ti rendi conto che mettere il tuo paese al primo posto non significa fare la cosa giusta stando al senso comune o al consenso diffuso o agli ultimi sondaggi d’opinione.
Significa fare ciò che onestamente ritieni sia giusto.
Il tuo dovere è quello di agire secondo le tue convinzioni.
Il tutto può essere distorto sino a far pensare alla gente che tu ti stia comportando con un qualche zelo messianico. Il dubbio, l’esitazione, la riflessione, il considerare e il riconsiderare: sono tutti ottimi compagni di un appropriato decisionismo. Ma il tuo impegno principale resta quello di decidere.
Ero e rimango, in quanto persona e in quanto primo ministro, un ottimista. La politica potrà essere l’arte del possibile; ma almeno nella vita date una chance all’impossibile. È naturale che una visione sia dipinta coi colori dell’arcobaleno; e che la realtà sia abbozzata nei toni più spenti del bianco, del nero, e del grigio. Ma vi chiedo di accettare una cosa. Con la mano al cuore, vi dico che ho fatto ciò che ritenevo esser giusto. Potrei essermi sbagliato. Starà a voi decidere. Ma credete almeno a questo. Ho fatto ciò che ritenevo fosse giusto per il nostro paese. Ho assunto il mio incarico con grandi speranze per il futuro della Gran Bretagna. Lo lascio con speranze ancora più alte per il futuro della Gran Bretagna.
Oggi questo è un paese che può sentirsi stimolato dalle opportunità, e non costantemente preoccupato dai pericoli. Spesso la gente mi dice: è un duro lavoro.
Non è proprio così. Una vita dura è quella dei bambini con handicap gravi e dei loro genitori che mi sono venuti a trovare in parlamento la settimana scorsa. Dura è la vita che ha vissuto mio padre, la sua carriera stroncata a quarant’anni da un infarto.
Sono stato molto fortunato, e molto benedetto.
Questo paese è una nazione benedetta. I britannici sono un popolo speciale. Il mondo lo sa. Nei nostri pensieri più intimi, noi lo sappiamo. Questa è la nazione più grande della terra. È stato un onore servirla.
Ringrazio voi, il popolo britannico, per i miei successi, e con voi mi scuso per quando non sono stato all’altezza. Buona fortuna.
(estratto del discorso di ieri – traduzione di stefano pitrelli)


2 thoughts on “Il discorso di addio di Blair

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