Delusi al Nord, di centrosinistra

All’indomani delle ultime consultazioni politiche ha fatto di nuovo capolino, tra i giornalisti e i politologi, il dibattito sulla mai del tutto sopita questione settentrionale, che aveva preso consistenza dopo l’exploit della Lega e le elezioni del 1994, l’anno di “Milano a Roma”. Come riporta Luca Ricolfi nel volume L’Italia a metà (curato da Mannheimer e da chi scrive), i giornalisti hanno letto il voto del nord come domanda di modernizzazione, mentre gli accademici credono che la frattura geopolitica dell’Italia della seconda Repubblica – quella fra regioni centraliste e anticentraliste – pesi certo molto, ma sia solo in parte interpretabile come opposizione fra zone sviluppate e zone arretrate del paese. E che comunque anche la sinistra, come nelle zone rosse, sia in grado di «parlare ai ceti produttivi».
Abbiano ragione gli uni o gli altri, resta il fatto che la questione settentrionale non è affatto scomparsa, per la semplice ragione che gli elettori del nord continuano a ritenere di pagare troppe tasse rispetto alla quantità e alla qualità dei servizi pubblici che ricevono in cambio. La novità, rispetto al 1994, è che allora l’antistatalismo e l’anticentralismo si coniugavano a speranze di crescita e di modernizzazione, a una fiducia nella capacità di sviluppo del mercato.
Ora non è più così. La domanda di modernizzazione c’è ancora, ma riguarda più le infrastrutture che le regole. Il popolo del nord vuole che i servizi funzionino e le grandi opere non si fermino, ma ora avanza anche una nuova domanda, che è innanzitutto di protezione dal mercato, dai suoi rischi, dai suoi fallimenti. E probabilmente è anche di moderazione, di pacificazione, di prudenza e di ragionevolezza.
Ma, certamente, non è una domanda di incremento delle trattenute fiscali.
Ora, con la nuova Finanziaria alle porte, lo spauracchio dei tagli ai servizi e alle pensioni accanto all’ipotesi di nuove tasse, non può che aumentare i rischi, per il governo, di una nuova ondata di insoddisfazione da parte degli elettori settentrionali. E le indagini effettuate in queste ultime settimane confermano come il nord del paese sia sempre più insofferente della politica economica e finanziaria della maggioranza.
Sono in particolare gli abitanti del nordovest, gli autonomi ed i liberi professionisti, i diplomati e le classi di età centrali (tra i 45 e i 60 anni) che si dichiarano maggiormente delusi dall’attività del governo. E tra loro vi sono anche una parte di elettori di centrosinistra, oggi poco propensi a ribadire il proprio precedente voto.
Ma contemporaneamente, anche significative aree di elettorato meridionale, che aveva scelto l’Unione (saltando la barricata) con l’evidente speranza di una maggiore protezione da parte dello stato centrale, paiono molto scontente: le aspettative erano quelle di rapidi e decisi interventi da parte del governo, che facessero mutare velocemente le condizioni del disagio meridionale, almeno con chiari segnali in questa direzione. Il comportamento dell’esecutivo non è sembrato in linea con tali aspettative, e gli elettori tendono a tornare sui propri passi, rilanciando la propria precedente adesione al centrodestra.
Le nuove voci su una Finanziaria meno punitiva sui redditi medio-alti, la cui densità è ovviamente più elevata nel settentrione, potrebbero alla fine far rientrare una protesta che si annunciava decisa da parte degli elettori lombardi e veneti. Ma la loro alterità nei confronti del governo attuale resta decisamente evidente, accanto alla chiara sensazione che le manovre punitive sembrino venir approntate proprio in direzione di chi, in maniera sufficientemente onesta, dichiara redditi elevati. E la famosa lotta all’evasione, si chiedono costoro, a che punto sta? Se le strategie economiche, di pari passo con quelle comunicative, non dovessero migliorare nei prossimi mesi, l’impressione odierna è che il governo Prodi dovrà soffrire parecchio per recuperare consensi in quell’area del paese.
Di Paolo Natale, tratto da Europa del 29 settembre 2006 (www.europaquotidiano.it)



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