Jazz e politica 4 Settembre , 2009
Posted by Spindoctor in Quotes, Vision.add a comment
Il presidente Barack Obama? «La migliore espressione dell’America». Il jazz? «Un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia». Eclettico come la musica che suona e compone, Wynton Marsalis non bada ai sondaggi. Sostenitore del presidente (ha suonato alla Casa Bianca lo scorso gennaio) dice che il cambiamento non potrà essere veloce e invita a leggere il jazz come chiave della contemporaneità. «Il presidente non è in grado di curare tutti i nostri mali con un colpo di bacchetta magica – sostiene -, ma se ci concentriamo su ciò che siamo come nazione, sulla cultura che ci unisce, affronteremo il futuro con fiducia suprema».
JAZZ E VITA – Fare insieme, Everybody does it together, cardine della tradizione jazz americana. E per Marsalis politica, musica e cultura sono intrecciati. Opinion leader democratico (il Time lo ha definito una delle venticinque persone più influenti degli Usa), intellettuale attivo nell’insegnamento della cultura musicale (conduce trasmissioni e lezioni nelle scuole e dirige a New York il Jazz at Lincon Centre), il ragazzo del jazz, nato a New Orleans e fotografato accanto a Kofi Annan ha scritto «Come il jazz può cambiarti la vita» (Feltrinelli), romanzo e manifesto delle sue idee che sono poi la pratica del jazz. «Il rispetto e la fiducia che i musicisti dimostrano sul palco possono cambiare la visione del mondo», dice. «La loro è una lezione per la creatività individuale, le relazioni personali, può persino diventare un modello su come condurre gli affari o per capire cosa significhi essere un cittadino globale».
tratto da www.corriere.it
Solo il business verde ci può salvare? 19 Ottobre , 2008
Posted by Spindoctor in Green Politics, Vision.add a comment
Il nostro è un Paese vecchio che, oltre a non lasciare spazio ai giovani, si sta sempre più chiudendo. La battaglia del governo sulla direttiva 20-20-20 rischia di non farci cogliere i vantaggi della rivoluzione verde.
Ripropongo l’intervista a Rifkin pubblicata ieri su repubblica
“La posizione del governo italiano rischia di trascinare l’Europa verso l’abisso. Berlusconi ha lo sguardo volto al passato, vede e pensa alla vecchia economia: ma su quella strada non c’è scampo perché la crisi ha una dimensione non affrontabile con i parametri tradizionali. Per salvarsi bisogna innovare, rilanciare, scommettere sul futuro”. Jeremy Rifkin, il teorico americano della nuova Europa, guarda a Bruxelles come all’unico motore capace di trainare il mondo fuori dal pantano della grande crisi.
L’Italia sostiene che il costo della battaglia per la stabilizzazione del clima è troppo alto, che la difesa dell’ecologia affonda l’economia.
“E’ vero esattamente il contrario: solo il green business è in grado di far ripartire l’economia perché non siamo di fronte a una difficoltà congiunturale ma al passaggio tra due ere. Un momento molto simile al 1929, anche se stavolta è peggio: allora c’era una crisi economica, oggi si sommano tre diverse crisi. La crisi del sistema creditizio, la crisi energetica e la crisi provocata dal riscaldamento globale. Però un’analogia con il 1929 c’è ed è fondamentale perché dà il segno del tempo che viviamo. Il ‘29 corrisponde al passaggio tra la prima e la seconda rivoluzione industriale, tra il vapore e l’elettricità. E’ stata una rivoluzione profonda che ha causato grandi sommovimenti sociali e la seconda guerra mondiale”.
Stavolta cosa sta cambiando?
“Stiamo passando dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Quello che si è appena aperto è il secolo di Internet e dell’energia dolce prodotta nei quartieri, nelle case. Passiamo da un modello centrato sulle autostrade a uno centrato sulle superstrade dei bit. Non comprendere il senso di questo cambiamento significa esserne tagliati fuori”.
Questa crisi mette paura, tende a rallentare lo slancio.
“Chi deve saltare e si ferma a metà del salto in genere fa una brutta fine. La seconda rivoluzione industriale è arrivata a fine corsa, al capolinea. Per ripartire ci vuole visione del futuro”.
Il governo italiano sottolinea la necessità di difendere i posti di lavoro, di non esporre i bilanci industriali a investimenti onerosi.
“Ma le conoscono le proiezioni? In Europa le fonti rinnovabili creeranno un milione di nuovi posti di lavoro. Senza calcolare la crescita negli altri pilastri della terza rivoluzione industriale: l’edilizia avanzata, l’idrogeno, le reti intelligenti”.
Quindi lei considera irrinunciabile l’obiettivo 20, 20, 20?
“Il più convinto sponsor di questa strategia è il commissario europeo all’industria, qualcosa vorrà dire… Questo obiettivo è la spinta che può far ripartire l’economia globale, rinunciare vuol dire condannare il mondo a una recessione violenta. E in questa partita l’Europa ha già una posizione di leadership. Non sono stati gli Usa, non è stata la Cina, non è stata l’India, non è stato il Giappone a imporre sullo scenario mondiale il legame tra la battaglia per la difesa del clima e l’innovazione tecnologica”.
Investire tanto sul futuro non significa trascurare il presente?
“Bisogna adottare la strategia del doppio binario perché una transizione energetica come quella che stiamo vivendo richiede decenni. Da una parte si fa i conti con quel che c’è: bisogna minimizzare i danni degli impianti a combustibile fossile e delle centrali nucleari. Dall’altra servono massicci investimenti pubblici e privati per spingere verso le rinnovabili, l’idrogeno, le costruzioni avanzate, le reti intelligenti”.
Berlusconi si è fatto interprete di umori largamente diffusi nel mondo industriale.
“Quale mondo industriale? Durante le stagioni del cambiamento ci sono sempre i nostalgici, quelli che rimpiangono il vecchio. Difficilmente sono loro a guidare il nuovo. Il 24 ottobre a Washington abbiamo organizzato una riunione a cui parteciperanno 60 presidenti, amministratori delegati e leader delle più importanti industrie a livello globale nei settori strategici: le fonti rinnovabili, l’edilizia avanzata, i trasporti a basso impatto ambientale, le reti intelligenti”.
Qual è l’obiettivo?
“Si creerà un think tank per mettere a fuoco la strategia necessaria a dare respiro alle politiche ambientali legando la difesa degli ecosistemi alla crescita economica. Dobbiamo misurarci con i prossimi appuntamenti internazionali sul clima: l’imminente conferenza di Poznan, in Polonia, e quella del 2009 a Copenaghen. Serve un nuovo approccio: non più solo target in negativo ma obiettivi in positivo. Non solo dire a ogni paese quanto deve tagliare le emissioni, ma chiedere a ognuno di realizzare una certa quantità di case super efficienti, di centrali rinnovabili, di celle a combustibile, di trasporti avanzati. In questa prospettiva stare fuori dalla scommessa sul clima significa stare fuori dall’economia vincente”.
La ricetta di Blair per vincere in Italia 26 Maggio , 2008
Posted by Spindoctor in Strategia, Vision.1 comment so far
Ripubblico un articolo dell’ex spin doctor di Blair del settembre 2007. Consigli per i prossimi anni…
La ricetta di blair per vincere in Italia
Repubblica — 21 settembre 2007 pagina 31 sezione: CULTURA
Pensando al futuro, Walter Veltroni ed altri aspiranti leader del nuovo Partito Democratico saranno certo tentati, saggiamente, di guardare al passato e trarre insegnamento dai successi e dagli insuccessi delle precedenti iniziative volte alla modernizzazione e al cambiamento politico in chiave progressista. Buona parte dei media britannici , notoriamente volubili, ama dipingere Tony Blair in termini ampiamente negativi. Ma chi ha più sensata capacità di giudizio, come Veltroni, sa che Blair ha preso in mano un partito perdente e lo ha trasformato in un partito vincente, che si è adattato rapidamente al potere, usando quel potere per realizzare importanti cambiamenti sulla base dei valori che lui stesso e il Partito Laburista hanno sempre sostenuto. Ricordo che la mattina dopo la sconfitta del Labour alle elezioni del 1992 un giornalista oggi scomparso mi disse che se non avevamo saputo vincere in quelle circostanze non ci saremmo mai più riusciti. Cinque anni dopo fummo eletti con una valanga di voti al di là delle previsioni di qualunque esterno al partito e di quanto osassero immaginare gli interni. Siamo al potere da allora. Oggi Gordon Brown è in buona posizione per portarci ad un quarto mandato di governo ed è il partito conservatore, un tempo potente, che fatica ad adattarsi al paesaggio politico moderno. – I paralleli tra le diverse politiche di diversi paesi non sono mai esatti, ma sapere come abbiamo fatto ad ottenere questo risultato potrebbe essere d’ aiuto al nuovo raggruppamento di centro sinistra italiano. “New Labour, New Britain”. Lo slogan risultò efficace perché nasceva direttamente dalla strategia che perseguivamo – modernizzare il partito, i suoi programmi, l’ essenza e i modi della politica, dimostrando di aver appreso le lezioni del passato e persuadendo il paese che il cambiamento era reale e che eravamo credibili nella nostra determinazione a modernizzare la Gran Bretagna. Ogni organizzazione dovrebbe tenere a mente tre aspetti collegati ma distinti della sua azione. Obiettivo. Strategia. Tattica. In politica e stando all’ opposizione in particolare, l’ obiettivo è semplice. E’ lo scopo del tutto nobile di conquistare il potere, perché senza il potere si hanno a disposizione solo le parole, non le azioni che possono migliorare la vita delle persone. La strategia è la parte più difficile, fondamentalmente la più importante. Esige decisioni faticose, spesso dolorose, per selezionare quello che conta davvero. Esige autorevolezza nel formulare le scelte difficili e nel persuadere le persone ad affrontarle, argomentandole. Esige sinergia e impegno da parte di tutti a sottoscrivere la strategia concordata e a metterla in atto in maniera disciplinata e unita. ciò è particolarmente importante nel momento in cui politici e partiti devono comunicare la realtà del loro messaggio attraverso dei media dotati di maggiori dimensioni e risonanza, più capricciosi e più pronti alla critica, il cui impatto sul dibattito politico tende a farsi più negativo anziché positivo. Alla maggior risonanza e volubilità dell’ ambiente mediatico deve corrispondere una maggior chiarezza e un maggior rigore della strategia e dei messaggi strategici. New Labour, New Britain, se non avesse avuto allora questi fondamentali requisiti in puri termini di comunicazione, non avrei voluto ascoltarlo. Uno slogan è più di uno strumento di mobilitazione. E’ il nucleo di una strategia, o almeno così dovrebbe essere. Troppi politici europei parlano una lingua diversa dai loro elettori, la lingua dell’ élite, non la lingua della gente. Ma l’ interlocutore principale non è la classe politica, né i media, bensì l’ opinione pubblica. Il lato negativo dei media di oggi è che sono cresciuti a dimensioni quasi inimmaginabili. Il lato positivo è che data la loro portata e risonanza c’ è sempre la possibilità di far arrivare un messaggio. La strategia diventa allora il mezzo per dipingere, nel tempo, un’ immagine che arrivi al pubblico. La tattica equivale all’ espressione della strategia giorno dopo giorno. In questo i politici e i loro collaboratori devono essere in anticipo sui media, più abili nel dar forma al messaggio, più creativi nelle idee. La chiarezza nella strategia consente di essere infinitamente creativi e flessibili nella tattica. Per un certo periodo di tempo risultavamo innocui agli occhi dei media, che consideravano il nostro approccio più moderno ai rapporti con la stampa una voce importante del capitolo modernizzazione. Ma quando andammo al potere si resero conto all’ improvviso che in realtà eravamo noi a stabilire le priorità nel dibattito pubblico, compito che pensavano fosse il loro. Aggiungete una gran quantità di decisioni difficili e controverse, in particolare, ma non solo, sull’ Iraq, metteteci gli inevitabili stress e scandali della vita al vertice e andrete incontro a qualche disillusione. Ma vale la pena di ricordare che anche dopo l’ Iraq Tony Blair ha portato il Labour talla terza vittoria consecutiva alle urne e ha lasciato Gordon Brown in buona posizione per una quarta. Ovviamente sono le decisioni politiche e il loro impatto a decidere la vittoria o la sconfitta dei governi. Il buon andamento dell’ economia britannica è più importante di qualsiasi comunicato a riguardo. Si traduce in occupazione, tenore di vita, benessere. Analogamente il dibattito sui servizi pubblici come sanità, istruzione, e sulla lotta alla criminalità è talvolta soffocato dalla spietata negatività dei media. Ma la gente ha abbastanza buon senso da farsi un’ idea propria, più equilibrata, in parte vedendo i nuovi ospedali, più polizia in strada, e la fine delle condizioni primitive in cui molti dei bambini ai tempi della Thatcher andavano a scuola, ma soprattutto in base alle loro esperienze dirette. Non tutte positive, forse, ma neppure tutte negative come a volte vorrebbero dare a intendere i media. La gente sa che i politici sono capaci di raccontare fandonie, ma sa anche che i media moderni non sono da meno. L’ opinione pubblica è diventata più smaliziata, sa distinguere quello che conta da quello che non conta. Se la gente credesse davvero che i media britannici danno l’ immagine esatta del paese e della sua politica il Labour sarebbe fortunato ad arrivare alle due cifre nei sondaggi. che indicazioni trarne per la politica italiana? Con la presenza di Silvio Berlusconi così dominante nei media e prominente in politica, si sarà a volte tentati di dare alla questione dei media ancor più peso nel dibattito politico rispetto a quanto accade in Gran Bretagna. Ma in fin dei conti non si tratta dei media, si tratta del verdetto politico e strategico che si riceve. Bisogna vedere se la gente nel tempo si fa un’ idea chiara di un progetto politico che la riguarda da vicino. Troppi partiti di centro sinistra in passato hanno limitato il dibattito al loro interno, escludendo la gente. La chiave è rendere i dibattiti che si sviluppano nel nuovo partito di interesse per la gente, per i non addetti ai lavori, e non solo fonte di infinito fascino e introspezione per la ristretta cerchia della classe politica. Se fossi Veltroni, o chi sarà alla guida del nuovo partito, lo scriverei nero su bianco: Obiettivo: facile. Strategia: concentrarsi sulle questioni strategiche importanti conquistando consenso politico e sostegno alla loro realizzazione. Tattica: studiare il modo di comunicare adeguatamente al pubblico la strategia e le sue implicazioni politiche. Servono comunque fortuna, tenuta e flessibilità, nonché condizioni favorevoli. Ma è solo concentrandosi sulla strategia e sul lungo termine che si possono prendere le decisioni giuste giorno per giorno, nel gestire il rapporto con i media. Si tratta della lente attraverso cui la gente guarda la politica. Se la lente è creata dai media o dagli avversari politici non sarà quella desiderata. Createne quindi una vostra, e non smettete mai di graduarla. Esistono certamente anche motivi di ottimismo se si pensa che Berlusconi non aveva in mano solo le leve della politica del paese ma anche quelle dei media (queste ultime usate a dire il vero per ottenere le prime) ma ha finito per perdere contro un leader e una coalizione politica fin troppo inclini a consentire voci fuori dal coro e un messaggio confuso. così se fossi Veltroni, consapevole, come sono, del suo desiderio di modernizzazione e del suo apprezzamento per l’ approccio che fu di Blair e di Clinton alla politica progressista, guarderei al futuro con notevole fiducia. In un certo senso il Partito Democratico rappresenta uno dei capitoli conclusivi della storia di una politica comunista-socialista finita in una spaccatura che è stata d’ ostacolo a un più lungo e più stabile governo di centro sinistra negli anni del dopoguerra. La strategia politica, per essere vincente, deve essere fondata sulla vita e sul modo di pensare della gente, o quantomeno vicina alla gente. Un partito che comprende questo concetto, vi resta fedele e opera costantemente tenendolo a mente, non solo mieterà maggiori successi all’ opposizione, ma anche nell’ esercizio del potere. Traduzione di Emilia Benghi – ALASTAIR CAMBELL
Vote Like Thy Neighbor 14 Maggio , 2008
Posted by Spindoctor in Political Marketing, USA 2008 Presidentials, Vision.add a comment
William A. Galston’s and Pietro S. Nivola’s Sunday New York Times Magazine article, “Vote Like Thy Neighbor” notes an interesting demographic development that should have significant implications for GOTV campaigns and political advertising:
Our research concludes not only that the ideological differences between the political parties are growing but also that they have become embedded in American society itself…Most strikingly, political polarization has become akin to political segregation. You are less likely to live near someone whose politics differ from your own. It’s well known that fewer states are competitive in presidential races than in decades past. We find similar results at the county level. In 1976, only 27 percent of voters lived in landslide counties where one candidate prevailed by 20 points or more. By 2004, 48 percent of voters lived in such counties.
The authors discuss the reasons for the shift and note that “majorities tend to become supermajorities.” They add “When states become more homogeneous, presidential campaigns begin by conceding a large number of contests to the opposition, disheartening their supporters in those states and increasing the majority’s electoral advantage.”
Redford cerca l’America che sa ancora indignarsi. Esiste un’Italia che sa fare altrettanto? 9 Dicembre , 2007
Posted by Spindoctor in USA 2008 Presidentials, Vision.add a comment
Dopo aver letto l’intervista a Robert Redford su il Venerdì di Repubblica credo proprio che andrò a vedere il suo ultimo film “Leoni per agnelli”.Nel frattempo cito alcune sue frasi riguardanti media e politica:”Questo non è solo un fil sulla guerra, ma sul ruolo dei media, dell’istruzione, della politica e dei giovani negli Stati Uniti. Per quel che riguarda i media la situazione è particolarmente buia di questi tempi: buona parte dell’informazione è controllata dalle corporation, che di analisi e critiche non vogliono sentir parlare. (…) L’informazione corre troppo in fretta, ai direttori interessa solo il sound bite, l’estratto brevissimo e sensazionalista del servizio (..) Non sono più i tempi del Watergate e di Tutti gli uomini del presidente. In America, i giornalisti non mi intervistano sui contenuti politici dei miei film, preferisco sapere se mi sono rifatto i denti”. Giovani: “Troppo distratti da internet e altri giochetti, o concentrati ad aprire aziendine elettroniche e comunque schifati dalla politica, astensionisti e ripiegati sui loro interessi personali. Ma la vera questione è che non c’è la leva obbligatoria. Ai tempi del Vietnam c’era, e fu soprattutto questo a scatenare la protesta giovanile. Oggi il governo è molto cauto a riproporla, preferisce assoldare i contractors piuttosto che trovarsi le barricate nelle piazze”. Campagna elettorale: “Sono indignato per come è stata condotta, sui due fronti la campagna elettorale. E’ iniziata prestissimo, eppure la maggioranza dei media invece di parlare dei programmi racconta solo quanti soldi hanno speso i candidati, che sono così compromessi dal bisogno di vincere da non farci capire cosa pensano veramente. Nel 1972 girai Il Candidato, un film che svelava tutta la fuffa, le mistificazioni e le operazioni cosmetiche dietro alle elezioni. Oggi non è cambiato nulla. Anzi, sì. In peggio”