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Il logo di Alleanza per l’Italia 11 Novembre , 2009

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Rutelli ha presentato nome e logo del suo nuovo progetto politico.

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Germania: l’evoluzione centrista dei verdi 27 Settembre , 2009

Posted by Spindoctor in Green Politics, Political Marketing, Political strategies.
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L’ evoluzione «centrista» dei Verdi Un partito che piace ai borghesi

– La strada di Joschka Fischer da tassista a ministro degli Esteri e ora a consulente della Bmw (l’ annuncio è di quattro giorni fa) è lunga ma non tortuosa come si potrebbe pensare. L’ esponente più conosciuto nella storia dei Verdi è semplicemente il testimonial dell’ evoluzione della Germania, sempre più attenta ai temi ambientali, e dell’ evoluzione del suo partito d’ origine, non più movimento di protesta e nemmeno troppo di sinistra. È che la società tedesca tende al verde, comprese le grandi case automobilistiche, e i Verdi alla normalizzazione (…) D’ altra parte, Cdu e Verdi sono già assieme al governo di città importanti come Amburgo e Francoforte e lo sono stati a Colonia. I Grünen partito di centro? Qualche volta è già così. In questi giorni, per esempio, in Germania si parla molto di Bad Homburg, non lontano da Francoforte, un tempo residenza estiva del Kaiser Guglielmo II, oggi stazione termale e casa della famiglia Quandt, proprietaria della Bmw. Cittadina ricca di tradizione conservatrice. Qui, è appena stato eletto un sindaco verde, Michael Korwisi: segno di come il partito non spaventi più gli elettori benestanti. Casi simili si sono verificati in altre città dell’ Assia ma anche in Baviera e Baden-Württemberg, zone forti dell’ economia e della finanza tedesche. C’ è un po’ di snobismo radical-chic, forse, in questo voto. Ma c’ è soprattutto il desiderio della borghesia tedesca di garantirsi un ambiente piacevole e dei Verdi di non fare più la faccia feroce e rivoluzionaria. La tendenza è per ora più evidente al livello locale, soprattutto perché le tasse rimangono un cuneo tra Grünen e ricchi. «Nella politica locale, che non ha un impatto sulle tasse – ha commentato un editoriale del settimanale Die Zeit – i ricchi votano i Grünen probabilmente per dimostrare a se stessi quanto sono aperti e tolleranti. Votare per un sindaco Verde è un po’ come avere una Toyota ibrida come terza auto». In realtà, il fenomeno non è solo locale: i poveri sono in generale restii a votare i Grünen, i quali, se non fosse per un elettorato senza problemi economici, raccoglierebbero meno consensi. Mentre, per dire, a livello nazionale i sondaggi li danno all’ 11%, nei Länder dell’ Est, decisamente meno ricchi, arrivano solo al sette per cento. I problemi politici e programmatici sarebbero molti, a cominciare dal nucleare, ma alla signora Merkel probabilmente non spiacerebbe portarsi i Verdi al governo. E inchiodarli al centro. Lontani dalla Spd. Un passo che nemmeno Joschka Fischer ha ancora fatto.
Tratto da www.corriere.it
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HOPE 4 Novembre , 2008

Posted by Spindoctor in Political Marketing, USA 2008 Presidentials.
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A few hours away…

barack-is-hope

L’ industria dei sondaggi à la carte 2 Novembre , 2008

Posted by Spindoctor in Political Marketing, USA 2008 Presidentials.
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Su Repubblica Vittorio Zucconi pone l’attenzione sulla degenerazione dell’industria dei sondaggi. Anche nel nostro Paese bisognerebbe incominciare ad interrogarci sui tanti sondaggi farlocchi e sull’uso inutile di “osservatori e barometri” dove la chiave è sulle previsioni di voto invece che sulla comprensione dei bisogni e delle aspettative dei cittadini per arrivare ad una seria e approfondita conoscenza e segmentazione.

L’ industria dei sondaggi à la carte ecco le illusioni dei maghi dei numeri
Repubblica — 01 novembre 2008 pagina 14 sezione: POLITICA ESTERA

WASHINGTON – Un vago senso di vertigine, e qualche conato di nausea, assale chi tenta di seguire minuto per minuto gli ondivaghi sondaggi elettorali americani a 72 ore dal voto. Anche escludendo i risultati più stravaganti, come quelli confezionati dal network più sfacciatamente pro McCain, la Fox, che ha ridotto improvvisamente da nove a tre punti il suo distacco ovviamente per incoraggiare le truppe del vecchio senatore e della sua baby sitter o i più generosi con Obama come la Pew che gli attribuiscono un vantaggio incredibile di 15 punti, le tavole degli istituti di opinione sembrano progettati da architetti di ottovolanti, piuttosto che da ingegneri ferroviari. L’ industria dei sondaggi elettorali, che oggi conta almeno 70 istituti diversi in competizione e in contraddizione fra di loro, da centro diagnostico sembra essere divenuta un supermercato dove i clienti scelgono la marca preferita di detersivo o, peggio, una sartoria dove il cliente può farsi confezionare l’ abito su misura. Se il risultato di Cbs/NyTimes non piace, ci si può rivolgere all’ Ibd/Tipp, che nel 2004 avvicinò di più l’ esito reale e che scopre, tra lo sbigottimento degli Obamistas, che il suo vantaggio si è ridotto a un insignificante punto. Salvo poi confessare, di fronte alla incredulità dei concorrenti, che la Ibd/Tipp si era sbagliata di campione demografico, sottostimando alcune categorie di persone a vantaggio di altre. Qualcuno, ovviamente, sta prendendo colossali cantonate, che poi giustificherà a posteriori, come gli economisti e gli analisti finanziari di fronte ai disastri che non avevano visto arrivare. Al contrario, secondo la legge dello scoiattolo cieco che ogni tanto trova una ghianda, qualcuno di questi sondaggi avrà centrato la previsione e per alcuni anni vivrà di rendita. Nel del 1987, un’ analista di Borsa, Elaine Garzarelli, fu la sola e prevedere il crack di Wall Street e per mesi fu venerata. Non ne azzeccò poi più una è scomparsa anche lei nel cimitero degli scoiattoli ciechi. La colpa, tuttavia, è nostra. Il culto del sondaggio è più una funzione di chi li guarda, che il risultato di errori di chi li conduce. Nella furia di «cicli di notizie» che, fra tv satellitari, internet, blog, consuma e sputa tutto più volte ogni ora, e nella solita illusione umana di poter vedere un futuro che non esiste ancora e dunque nessuno può conoscere, si confondono ipotesi con realtà, intenzioni con fatti. I sondaggisti fanno poco per spiegare ai cultisti quali siano le ragioni che producono esiti tanto diversi, ottenuti con tecniche di campionature diverse, se non – purtroppo avviene anche questo – massaggiati per fare uscire il risultato voluto dal cliente. C’ è chi fa chiamare da computer con domande registrate e chi sollecita risposte volontarie da un campione fisso, sempre tutti nascosti dietro la magia del “margine di errore” che inghiotte ogni sballo. L’ istituto che propone i risultati migliori per McCain chiama soltanto numeri telefonici fissi, escludendo i cellulari che i giovani usano di più. Quello che regala un vantaggio più forte a Obama, calibra i contatti secondo le iscrizioni alle liste elettorali che vedono i democratici in maggioranza. La Gallup usa tre modelli diversi, fra elettori registrati, elettori che intendono votare ed elettori che hanno votato in passato, sfornando risultati diversissimi, dunque proponendoci, pirandelliamente, il «così è se vi pare». Anche i “sondaggi dei sondaggi”, che tentano di comportarsi come i giudici olimpici del pattinaggio artistico ignorando le cifre più estreme, devono comunque dipendere dai numeri di altri per le loro media. E se la minestra è fatta con ingredienti cattivi, il mescolarli insieme nella pentola non renderà la minestra buona. Lasciando noi consumatori, vittime del nostro “culto del sondaggio” con la nausea. E poi la fame di altri sondaggi. – VITTORIO ZUCCON

The campaign song loses its originality 29 Ottobre , 2008

Posted by Spindoctor in Political Marketing.
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Da The Hill un articolo sulla crescente perdità di originalità delle canzoni dei candidati alle presidenziali.

The campaign song loses its originality
By Kris Kitto

Before former President Bill Clinton’s “Don’t Stop (Thinking about Tomorrow)” or the late Ronald Reagan’s “Born in the USA,” there was “Harding, You’re the Man for Us” and “Hayes the True and Wheeler, Too!”

American campaign songs haven’t always been rock-star ballads retrofitted to a politician’s election message.

There was a time when campaign songs were an art form, scripted with intent to influence the Election Day outcome — such as the ones above, written for Warren G. Harding and Rutherford B. Hayes.

Campaign songs of the past even put a melody to those nasty personal attacks we continue to see today.

Consider the 1964 song “Let’s Carry Barry to the White House,” written for then-GOP presidential candidate Barry Goldwater. The opening lines go straight for Lady Bird Johnson, the wife of Goldwater’s opponent, then-President Lyndon B. Johnson.

Let’s carry Barry to the White House
And find Lady Bird a new nest

The modern-day equivalent might be Kanye West criticizing Cindy McCain’s hair in a rap or Daddy Yankee declaring Michelle Obama a Washington misfit over reggaeton beats.

The original campaign song was known to be hard-hitting and thought-provoking.

“People really wanted to think about the politics with the lyrics that were written,” the Library of Congress’s Denise Gallo says of the old-time political songs. Gallo is the curator of the library’s new exhibition, “Voices, Votes, Victory,” which features songs, lyrics and sheet music from campaigns dating back to the early 1900s.

The display runs through March.

Both the candidates and voters took these songs seriously, Gallo says. Campaigns would distribute songbooks or sheet music for their tunes, and the public would make an effort to learn them — not only to become informed, but also because they genuinely liked the songs.

“This music was also entertainment,” she says. “It served a dual purpose.”

A quick listen to a few songs confirms their jingle-like quality. They include easy melodies, infectious choruses, up-tempo rhythms and cute lyrics.

Al Jolson’s 1920 presidential campaign song, “Harding, You’re the Man for Us,” has an iambic likability to it:

So it’s Harding, lead the GOP
Harding, on to victory
We’re here to make a fuss
Warren Harding, you’re the man for us

The proposition put forward in Abe Holzman and Harry Kerr’s 1903 song “Get on a Raft with Taft” makes campaigning sound like an adventure not to be missed:

Get on a raft with Taft, boys
Get on the winning boat
The man worthwhile
With the friendly smile
Will get the honest vote

Somewhere along the way, though, the idea that a song composed for political purposes could also be entertaining got flipped. Nowadays, it seems, songs written to entertain become political.

Even though some original songs have been written for this year’s presidential race — John Rich’s “Raisin’ McCain,” The Violets’ ode to Republican presidential candidate Rep. Ron Paul (Texas), among others — a more common practice for modern-day campaigns is to adopt a well-known hit.

Bill Clinton defined his presidential campaign with Fleetwood Mac’s “Don’t Stop (Thinking about Tomorrow).” President Bush used Bachman-Turner Overdrive’s “Takin’ Care of Business.” This year’s presidential candidates, Sens. Barack Obama (D-Ill.) and John McCain (R-Ariz.), have used various songs. Obama has campaigned to Aretha Franklin’s “Think,” while McCain has stridden out on the stage with Orleans’ “Still the One” in the background.

Where did the originality go? It gave way to marketing, says Rep. John Hall (D-N.Y.), one of Orleans’ original band members.

“You’re talking about a Pavlovian response,” he says, explaining that campaign songs, just like jingles for commercials, are rarely original anymore because experts find it more effective to connect candidates to pop songs people already know and like.

The easiest way “to make people feel good” about a candidate, Hall says, “is [to] take a song that makes people feel good.”

Both Hall and Gallo also wonder how time factors into campaign-song selection. Hall says he can’t imagine trying to find time amid his busy lawmaker schedule to sit down to write a campaign song. Gallo asks whether voters would pay attention to a new tune.

“Do we have time to learn a new song?” she says. “It takes time in your day to learn new lyrics.”

Time never used to be a problem. Voters used to await the election humming novel tunes about birds’ nests and rafting trips. Now we’re left singing the same old songs.