Tories waste no time in targeting voters for 2009 24 Agosto , 2009
Posted by Spindoctor in Elections, European Politics.add a comment
The Tories are to start campaigning in their target seats in the new year, barely eight months after the general election.
Senior Conservatives have already secured cash pledges from donors to accelerate efforts at Coleshill, the party’s voter contact centre near Coventry in the West Midlands. While voters could be forgiven for election fatigue, they should brace themselves: all three main parties are preparing the ground for the next national contest in 2009-10.
Coleshill has operated at a low level since May 5, but will step up efforts again in January once the question of the leadership has been settled.
Workers will focus on sending out literature carefully directed to target voters in key seats, although some telephone survey work may also be done by volunteers.
“Although the Coleshill operation was still in its infancy at the time of the general election, it has clearly demonstrated its value in supporting the locally based campaigning that is certain to be a key part of the party’s approach in the future,” said Philip Hammond, finance director of the party’s campaigning board as well as shadow chief secretary to the Treasury.
“Politics is becoming more local: the evidence from the general election is clear – candidates who have established a good local base and built their credentials as active and engaged members of the local community earn the respect and support of the electorate.”
Tories cite the success of Richard Benyon, who repeatedly slashed the Lib Dem majority in Newbury before taking the seat on his third attempt, and Grant Shapps, in Welwyn Hatfield, who first fought the seat in 2001 and seized it from Melanie Johnson, a minister, in May.
The huge investment in centralised campaigning during this year’s election reflects a declining activist base in both parties, but also an increasingly professional approach to targeting voters. Donors have promised to cover most of the centre’s costs, more than £1m a year, although some are holding off until the new leader is selected.
Yesterday the Times raised the spectre of yet another candidate, reporting that the Eurosceptic, socially conservative right of the party wanted to put forward its own contender to succeed Michael Howard.
But members of the Cornerstone group of backbenchers played down the suggestion, and one mooted candidate, Bernard Jenkin, ruled himself out. The other, Edward Leigh, is on holiday.
“It’s true that the [existing] candidates have been unsatisfactory for us. None of the three who came to dinner with us seemed sufficiently robust,” said another member of the group, referring to David Davis, David Cameron and Liam Fox. But he added: “I have heard no suggestion we will put someone forward.”
· Labour nominations closed yesterday to be the byelection candidate in Robin Cook’s former constituency, Livingston. The former foreign secretary’s election agent, Jim Devine, a Unison union official, is regarded as the frontrunner. Other contenders include Willie Dunn, deputy leader of West Lothian council, and John Duncan, a former constituency aide to Mr Cook.
Tania Branigan, political correspondent
The Guardian, Tuesday 23 August 2005 00.08 BST
Zapatero – Il mio diario da candidato 24 Febbraio , 2008
Posted by Spindoctor in Elections, European Politics.add a comment
Il mio diario da candidato
Repubblica — 22 febbraio 2008 pagina 40 sezione: POLITICA ESTERA
Il primo appuntamento è alla Moncloa. Un martedì. A mezzogiorno. Nel suo ufficio. E la prima cosa che colpisce è il silenzio, il vuoto. Zapatero non c’ è, non è ancora arrivato, e i giornali del mattino sono ancora intatti sulla scrivania. Non è logico che a quest’ ora il presidente del Consiglio non abbia dato neppure una scorsa alla stampa. Dunque, la conclusione ovvia è che Zapatero non usa più quest’ ufficio. «Succede a tutti», risponde la voce di uno che sa ciò che dice. «E’ il primo segnale della sindrome della Moncloa: disertare quest’ ufficio, al primo piano dell’ edificio del Consiglio dei ministri; quasi sempre preferiscono lavorare nell’ altro, al pianterreno del Palacio. Lì il presidente può stare a suo agio, senza badare alle forme, al riparo dagli sguardi». E perché non farla lì, l’ intervista? Impossibile, Sonsoles non lo ammette. Difende la sua intimità. Oltre quegli alberi laggiù c’ è la sua abitazione; di lì non si passa. Nell’ ufficio, due foto incorniciate d’ argento: una del re, l’ altra del principe, entrambe con dedica. Quella di Juan Carlos: «Col mio personale affetto»; e quella di Don Felipe: «In ricordo del nostro interessante e cordiale incontro». Non sembra che la monarchia si allarghi molto in fatto di dediche. C’ è anche una foto di Sonsoles Espinosa con le due bimbe, Laura e Alba, che ora dovrebbero avere sui 12 e 10 anni. Zapatero si avvicina a grandi falcate attraverso il giardino. Si è colpiti dal suo passo, ma più ancora dal fatto che compare da solo. Nei giorni successivi sarà sempre accompagnato, circondato da gente pronta a offrirgli un caffè, un bicchier d’ acqua, una stretta di mano, un sorriso, un Rioja, un Ribera del Duero, un libro con dedica, il consiglio di chi ha già esplorato il percorso: da questa parte, presidente, attenzione a quel gradino~ «Hola, Gertru». Zapatero entra sorridendo, e per prima cosa saluta la sua segretaria. Offre il caffè, e per sé chiede un bicchier d’ acqua: «Ho appena fatto una corsetta». Poi, per rompere il ghiaccio, racconta di aver telefonato a José Saramago per chiedergli notizie della sua salute; lo ha trovato bene. Il secondo appuntamento è a bordo di un Airbus 310 VIP delle forze aeree. Destinazione: Palma de Mallorca. Incontro con Angela Merkel. Zapatero, la vice presidente Fernandez de la Vega e cinque dei suoi ministri sono diretti, con un seguito di una sessantina di persone, al ventiquattresimo vertice ispano-tedesco. Il caccia che ha scortato l’ aereo del presidente inverte la rotta e l’ Airbus compie l’ atterraggio. Zapatero attende Angela Merkel all’ ingresso del municipio di Palma. Davanti all’ edificio di fronte, che ospita gli uffici della tesoreria generale della Previdenza sociale, alcune impiegate approfittano dell’ occasione per chiedere un aumento di stipendio. Gridano: «José Luis!», e con la mano fanno un gesto eloquente: più soldi! Il presidente risponde con un sorriso e una strizzatina d’ occhio, e subito le dimostranti lo ringraziano cambiando tono. «Eh, José Luis, quanto sei bello!» La mattinata se ne va in inni nazionali, sfilate, firme sui libri d’ onore e riunioni bilaterali. Un ministro bofonchia: «Queste riunioni non servono a niente. E’ tutto già stabilito e concordato. Si perde una mattinata intera per farsi una foto!» Carovana ufficiale, di ritorno verso l’ aereo. Ora l’ atmosfera è completamente diversa dal volo d’ andata: di rilassamento e stanchezza. Il presidente fa chiudere le tendina della saletta che condivide con la vice presidente e i cinque ministri. Il mattino seguente – venerdì – i ministri riuniti nella sala del Consiglio attendono che Zapatero concluda un’ intervista con un quotidiano gratuito. Segundo Martinez, capo della sicurezza del presidente, riassume il programma da qui al 9 marzo: 35.000 chilometri da percorrere, 29 città, dieci manifestazioni a Madrid, 18 interviste. Ecco infine Zapatero. Il Consiglio dei ministri può incominciare. Quando si conclude – non molto tempo dopo – alcuni ministri e i due più stretti collaboratori di Zapatero alla Moncloa, José Enrique Serrano e Nicolas Martinez-Fresno, si trattengono per un caffè e un pezzetto di tortilla. Zapatero se ne va. Solo. A piedi attraverso il giardino. A casa sua. Che abbia già iniziato il processo di introspezione? «Non credo. Io mi trovo molto bene. Mi sono buttato in pieno in questo lavoro, ma ho una visione ottimistica della vita, che ha molto a che fare con la mia stabilità personale. Vivo bene il mio privato, con mia moglie, le mie figlie, i miei amici. Un bagno d’ ossigeno permanente». Un altro bagno d’ ossigeno, lo trova ad Algeciras. Doveva prendere la parola entro le nove meno dieci di sera; se avesse tardato non sarebbe passato in tutti i telegiornali. Ma i discorsi introduttivi occupano più tempo del previsto, e Zapatero può incominciare a parlare solo tre minuti prima delle nove. Ma se c’ è una cosa che gli piace sono i comizi. Li prepara lì per lì, e si presenta in tribuna senza neppure un foglietto di appunti. «Mi piacciono molto i comizi. Ci si rende subito conto dell’ ambiente, dei temi che toccano il cuore. Le cose di cui la gente è convinta, o quelle su cui ha più dubbi. Sì, mi piacciono i comizi». Qui, ad Algeciras, Zapatero attinge alla migliore delle sue risorse per raccogliere a piene mani gli applausi della gente del sud: un omaggio a Felipe Gonzales. «Con Felipe – dice Zapatero – la Spagna ha detto addio alla tristezza~». E viene giù il Polisportivo. La comitiva arriva alla pista dell’ aeroporto di Jerez alle 22.30. Proprio in quel momento stanno scendendo i passeggeri di un volo di linea della Iberia appena arrivato da Madrid. La gente che scende dall’ aereo rimane a bocca aperta di fronte all’ inatteso spettacolo: macchine scure e blindate che invadono la pista, tizi alti e robusti vestiti impeccabilmente che saltano giù dalle auto con l’ auricolare all’ orecchio e il microfono sulla manica della camicia. E subito ecco il presidente del governo e il ministro dell’ Interno, e un piccolo aereo che se li ingoia tutti e decolla in un batter d’ occhio. Il giornalista gli chiede il motivo della sua tranquillità. è una cosa che lo lascia sorpreso fin dal primo giorno che è stato alla Moncloa. Nell’ entourage di Zapatero, nessuno sembra credere alla possibilità che Rajoy possa costringerlo a traslocare. «E lei, perché è tanto tranquillo?» « Perché puoi vincere solo se sei sicuro di vincere». Segundo Martinez, il capo della sicurezza di Zapatero, si avvicina al tavolo. «Sono preoccupato per il comizio di domani a San Sebastian». «Non ti preoccupare – gli risponde il ministro dell’ Interno Rubalcaba – sicuramente andrà tutto bene. Avete parlato con la Ertzaintza (la polizia della regione autonoma dei Paesi Baschi, ndt)?». «Sì, abbiamo parlato per tutta la sera». «Andrà tutto bene». «Ho paura che qualche radicale possa cercare di infiltrarsi nel comizio». è in quel momento che Zapatero, che sembrava pensare ad altro, entra nella conversazione. «Sai che ti dico, Segundo? Non mi importa se si mettono in mezzo. Ho una gran voglia di dirgli quattro cose in faccia, a questi qua». Alle 23.30, l’ aereo del presidente atterra alla base di Torrejon. Non c’ è tempo per il protocollo. Una stretta di mano e via all’ elicottero Superpuma, che lo lascerà alla Moncloa tra 20 minuti. Da Algeciras a San Sebastian, 1.111 chilometri e molto di più. L’ aereo permette di saltare da una realtà all’ altra nel tempo di una dormita. In Andalusia, essere consigliere socialista significa navigare col vento a favore, qui a Guipuzcoa – dove l’ aereo di Zapatero è appena atterrato e già ci sono otto macchine nere a bordo pista – vuol dire rischiare la pelle. Dall’ aeroporto di Hondarribia all’ edificio del Kursaal ci sono ertzainas (i poliziotti baschi) a tutti gli incroci, su tutti i tetti, sotto tutti i tombini. Otto macchine nere. E agenti con fucili e binocoli sui tetti. Zapatero chiacchiera per un po’ prima di uscire in scena. L’ immagine è significativa. Tutti sono in piedi, tranne Zapatero e Jesus Eguiguren – il capo dei negoziatori nelle trattative con l’ Eta – che rimangono seduti, come se il presidente del governo volesse avere nei suoi confronti un gesto di particolare sintonia, come se volesse simboleggiare di fronte ai suoi che il fallimento della trattativa con l’ Eta è attribuibile soltanto all’ Eta, non a una strategia sbagliata di Eguiguren o di quelli che lo hanno accompagnato agli incontri faccia a faccia con i terroristi. E qualche minuto dopo, durante il comizio, Zapatero traduce in parole quella scena intima e silenziosa. «Voglio che sia molto chiaro. C’ è un solo responsabile se oggi la pace non c’ è in Euskadi (i Paesi Baschi): l’ Eta e la sua follia criminale!». Il comizio finisce. Zapatero viene condotto verso i sotterranei del Kursaal, imponenti come l’ edificio stesso. Qui lo aspettano le otto macchine nere, già in moto, pronte a uscire in direzione dell’ aeroporto di Hondarribia. Zapatero controlla un messaggio sul cellulare. Un telefonino comune, coreano, né vecchio né nuovo. Ma nessuno dei suoi collaboratori più stretti saprebbe immaginare Zapatero senza questo attributo. Un telefonino con cui il presidente ha fatto un buco nella Moncloa, per poter entrare e uscire a suo piacimento senza muoversi da dove sta. Sonsoles Espinosa è appena arrivata nell’ ufficio di Zapatero a Ferraz, la sede del partito socialista. Il momento è molto simbolico. Per quattro anni – tra il 2000 e il 2004 – questo praticamente era l’ unico a posto in cui marito e moglie si incontravano tra il lunedì e il venerdì. Avevano dovuto lasciare Leon con due bambine piccolissime per trasferirsi a Madrid, appena dopo la vittoria di Zapatero al trentacinquesimo Congresso del Psoe. Affittarono una casa a Las Rozas, ma certo è che da quelle aperti il presidente si fermava solo quanto basta. Sonsoles Espinosa veniva qui a vederlo, ma la maggior parte del tempo lo passava a chiacchierare con Gertrudis, la segretaria, o con Angélica Rubio, una delle persone più vicine al presidente. Domenica 10 marzo, nella plaza de toros di Vista Alegre. Rodriguez Zapatero, in prima fila, accanto a Felipe Gonzalez, ricorda quei giorni di quattro anni prima. «Dal 20 febbraio al 10 marzo, quelli furono i giorni più emozionanti. Notavo una forza nei comizi, in piazza, mi accorgevo che il messaggio arrivava alla gente, che avrei vinto~ Me ne accorgevo sulla pelle. Tornavo dai comizi senza la minima fatica, con la voglia di farne un altro». Continua a vedere questa energia anche adesso, e dice anche che vede un partito sereno, come mai prima d’ ora. Salta sul palco e Felipe, dalla prima fila, lo applaude con forza. Lui lo ringrazia, chiedendo per lui gli applausi più grandi: «Con quello che la destra ha detto di Felipe, e ora vengono da tutta Europa a chiedergli la cortesia di dir loro che cosa pensa del futuro». La gente applaude, e Zapatero parte deciso a dare le parole d’ ordine. Quando tutto va bene, la destra non distribuisce i benefici. Quando le cose vanno male, non distribuisce i sacrifici. «Loro vogliono le cose come un tempo, ma io non rimarrò zitto di fronte a quelli che speculano sulla paura~». Quando il presidente finisce di parlare, gli cade in testa una pioggia di foglietti bianchi e rossi. Zapatero è tra i primi a uscire, accompagnato da Sonsoles, dal suo capo della sicurezza, dal suo assistente. La comitiva comprende anche un paramedico con defibrillatore a spalla e un agente con un inibitore d’ onde portatile per evitare attentati, e molti agenti che parlano con la bocca incollata al polsino della camicia. Zapatero sembra estraneo a tutto. Lo si vede felice, sudato, con l’ adrenalina a fior di pelle. Quando vede il giornalista – che oggi smetterà di essere la sua ombra – si ferma e si gira, gli tende la mano e gli chiede, sorridente: «Allora? Ti ho convinto?». (Copyright El Pais- la Repubblica/ Traduzione di Fabio Galimberti) – PABLO ORAZ MADRID
Tono di voce diverso per vincere la sfida 6 Febbraio , 2007
Posted by Spindoctor in Elections, Political Marketing.2 comments
Secondo il Corriere della Sera da quando sono candidati alle presidenziali Nicolas e Ségolène hanno cambiato il modo di parlare. Dal giorno dell’ investitura Sarkozy ha assunto un tono più grave per essere più rassicurante. Da parte sua la Royal all’ inizio ha puntato su uno stile che separa accuratamente parole e sillabe per dare alla frase una sonorità e un andamento inusuali tra i politici. Ma ora anche Ségolène sta cercando di virare sui toni più gravi.
Quanto può contare secondo voi il tono di voce nella costruzione dell’immagine di un candidato?
Bookmaker/ Il governo cadrà tra nove mesi – da Affari Italiani 5 Febbraio , 2007
Posted by Spindoctor in Elections.add a comment
Novembre 2007, cade il governo Prodi. Ma niente elezioni politiche anticipate fino alla primavera del prossimo anno, quando a sfidarsi saranno l’attuale sindaco di Roma, Walter Veltroni, per il Centrosinistra e il presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, per la Casa delle Libertà. Fantascienza? Fantapolitica? No, sono le ipotesi più probabili sul futuro della politica italiana in base alle quote di ‘Gambling991′, uno dei principali siti di scommesse e bookmaker d’Otremanica.
Un’immediata crisi dell’esecutivo guidato dal Professore viene data come altamente improbabile, ma altrettanto difficile è che il governo riesca a reggere fino al termine della legislatura. Anzi, il maggior numero di puntate sul momento della caduta di Romano Prodi è sul mese di novembre, in concomitanza con la discussione della prossima legge finanziaria. E a quel punto che cosa succederà? Solo il 30% degli scommettitori crede al ricorso immediato alle urne, mentre più del 50% ritiene probabile una soluzione temporanea, che punti, probabilmente, a varare una manovra condivisa e a riformare la legge elettorale per evitare il referendum. Una soluzione che poi apra la strada a nuove elezioni politiche nella primavera del 2008.
Le sorprese però non finiscono qui. Se al momento per la coalizione di Centrosinistra Walter Veltroni non ha rivali come futuro leader e candidato premier, surplassando senza pietà i rivali Rutelli, D’Alema, Fassino e Bersani; nella Casa delle Libertà Silvio Berlusconi viene clamorosamente superato nelle preferenze dal leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini. Non di molto, anzi di pochissimo, ma il Cavaliere cede lo scettro. Staccatissimi Casini, comunque indicato ancora nella CdL, Tremonti, Formigoni e Pisanu.
La candidata socialista a picco nei sondaggi 5 Febbraio , 2007
Posted by Spindoctor in Elections, Presidenziali francesi.add a comment
Tratto da www.corriere.it
Ségolène in declino E affiora l’ ipotesi di un cambio in corsa
Ma dal partito assicurano: risalirà
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI – L’ incantesimo è finito? Ségolène Royal tira dritto, proclama di «tenere fino alla vittoria», non si cura delle critiche e prepara la domenica del rilancio, il prossimo 11 febbraio, quando presenterà il programma per l’ Eliseo, frutto di migliaia di riunioni in tutta la Francia. Se la campagna è cominciata in sordina, ciò è intenzionalmente voluto. Per costruire una piattaforma dal basso, «all’ ascolto dei francesi», come va ripetendo. Ma dubbi, incertezze e sarcasmo sono virus micidiali in una contesa personalizzata, quando il prodotto-leader è condizionato da mode, psicologia collettiva e persino della pubblicità. E i dubbi si sono materializzati, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se la folgorante ascesa della «Madonna socialista» non possa assomigliare al volo di Icaro. Così almeno scrivono gli stessi giornali che l’ avevano già portata all’ Eliseo: icona delle donne e del progresso, regina di Francia al servizio della Nazione, erede di Mitterrand nel cuore della «gauche». Adesso che la data del voto si avvicina, nell’ opinione pubblica la domanda di esperienza e competenza sembra prendere il sopravvento sulla magia del personaggio. Gossip e veleni (sparsi anche dalla parte avversaria) fanno addirittura circolare l’ ipotesi di un cambio in corsa. «Changer de candidate?», si domanda un editoriale dell’ Express, mentre Libération non perde occasione per mettere in luce i limiti di Ségolène, soprattutto quando si parla di politica estera. L’ establishment si preoccupa della sua «fragilità» rispetto ai più importanti dossier economici e strategici. Gli ambienti moderati e riformisti rischiano di sottrarle consenso puntando sul «terzo uomo», François Bayrou. Negli ambienti del partito ci si chiede se almeno sia disposta ad ascoltare qualche consiglio, anziché prendersela con il suo compagno Hollande o sospendere il portavoce, come fanno le istitutrici quando mandano i ribelli dietro la lavagna. All’ indomani delle primarie socialiste, nel novembre scorso, Nicolas Sarkozy confidava agli amici: «Sarà durissima, è difficile combattere contro un mito». Per di più un mito al femminile, inattaccabile, perché altrimenti sempre esposti all’ accusa di machismo e aggressività. Ségolène Royal aveva stravinto, conquistato i militanti, sgomberato il campo dagli «elefanti» del partito. Portata in alto dai sondaggi e dall’ immagine seducente, Madame Royal aveva compiuto un capolavoro mediatico e politico, calandosi nei panni di una Blair in gonnella con la triplice ambizione di conquistare l’ Eliseo, cambiare la cultura della sinistra e riformare la Francia. E adesso? Il primo mese di campagna elettorale è stato oggettivamente negativo. Secondo molti osservatori, addirittura fallimentare. E i sondaggi impietosi confermano la discesa, secondo la regola non scritta che chi è in testa in autunno non vince in primavera. Un concorso terribile di circostanze sfavorevoli, gaffes, polemiche interne e errori di strategia ha disorientato i militanti, deluso le aspettative dell’ opinione pubblica e riacceso le rivalità interne, al punto che nei salotti della politica parigina si disegnano gli scenari più disparati e complicati: un congresso straordinario, un appello a cambiare cavallo, il lancio di una squadra più rodata e credibile, magari indicando sin d’ ora chi sarà il primo ministro. Tutti pensano a Dominique Strauss Kahn, ma intanto è palpabile il silenzio o il «servizio minimo» dei grandi sconfitti ed è evidente la difficoltà di tenere insieme le anime diverse della sinistra, tanto più che alcune frange sono decise a scendere in campo al primo turno delle presidenziali con il proprio portabandiera: l’ ultimo a candidarsi è José Bové. In sintesi, il primo mese di campagna elettorale ha rovesciato gli scenari prefigurati in autunno. Nicolas Sarkozy, che rischiava il fallimento per le divisioni interne alla destra, ha stravinto il congresso dell’ Ump e sembra aver superato il suo punto debole: la difficoltà di trovare consensi al centro, fra i giovani, negli strati popolari, al punto di riuscire ad attrarre anche intellettuali di sinistra. La «gauche», al contrario, rischia di disperdere un patrimonio di condizioni che ne lasciavano prevedere una facile vittoria: voglia di ricambio generazionale, crisi sociale, saturazione per la troppo lunga stagione di Chirac, maggioranza politica in 21 regioni su 22 e nelle grandi metropoli del Paese. Ma non è il caso di preoccuparsi, giurano al quartier generale della candidata, in Boulevard Saint Germain: Ségolène è come Giovanna d’ Arco. E i tempi bui verranno anche per Supersarko. Massimo Nava * * * 52% All’ inizio del 2007 un sondaggio dava Ségolène Royal vincente su Sarkozy con il 52% dei voti contro il 48% ottenuti dal candidato della destra
Nava Massimo